Addio a Zaha Hadid, l’architetto rivoluzionario che progettò il futuro Addio a Zaha Hadid, l’architetto rivoluzionario che progettò il futuro
Architettura

Addio a Zaha Hadid, l’architetto rivoluzionario che progettò il futuro

Scritto da Redazione |

04 Aprile 2016

Larger than life, più grande della vita. Così amavano definirla i suoi collaboratori più fidati, così la criticavano i suoi detrattori, convinti che la realtà non sarebbe mai riuscita a corrispondere al suo pensiero visionario. E forse proprio per questo, perché nessuna vita, per quanto lunga, avrebbe potuto contenere per intero un talento così enorme, così eccezionale, Zaha Hadid, la gran dama dell’architettura, ha deciso di andarsene prima del tempo verso il cielo, per entrare, finalmente, nel mito.

 

Anche se forse qualcosa di mitico c’era già prima, in questa ragazza di Baghdad, figlia di un industriale e leader politico sunnita e di una principessa, costretta a lasciare il suo paese per studiare matematica a Beirut ed eleggere poi Londra come patria d’adozione, senza dimenticare mai le rive del Tigri. Entrando a far parte, nel 1972, dell’Architectural Association, aveva conosciuto i suoi maestri, gli stessi che sarebbero diventati futuri colleghi, Eisenmann, Koolhaas, Gehry.

 

Un’ispirazione, la sua, che veniva da lontano, affondando le radici nel Novecento d’avanguardia, nel rigore del Costruttivismo e del Suprematismo, nelle griglie di Paul Klee, con quell’anima modernista mai tradita eppure sempre rivolta al futuro. Zaha Hadid era una coraggiosa, un’innovatrice: il suo linguaggio inconfondibile fatto di dinamismo e linee curve, capace di sfruttare tutte le potenzialità della tecnologia, ci ha traghettato verso un domani sorprendente, in equilibrio tra potenza e armonia, al limite del possibile.

 

“Quando la gente vede cose fantastiche, la prima cosa che pensa è che non siano possibili. Non è vero. Siamo capaci di costruire cose formidabili”. E formidabili i suoi progetti lo erano davvero. A partire dalla Vitra fire station di Weil am Rhein, in Germania, per molti il suo capolavoro, e poi il Rosenthal Center for Contemporary Art of Cincinnati, il Guangzhou Opera House in Cina, solo per citarne alcuni, tra i più grandiosi. Asia, America, Europa: la sua creatività era senza confini, senza limiti il suo lavoro, tanto da “ammalarsene”, come diceva lei stessa, con un pizzico di malinconia.

 

L’Italia la conobbe a Roma, con la realizzazione lunga e sofferta del MAXXI, il Museo nazionale delle Arti del XXI secolo; la celebra ancora oggi, a Milano, dove è in costruzione il grattacielo “Storto” nell’area dell’ex fiera CityLife, testimonianza postuma del suo estro incontenibile. Tanto incontenibile da essere inarrestabile: il suo studio, aperto a Londra nel 1979, conta 246 architetti, alcuni tra i migliori al mondo, pronti a raccoglierne l’eredità.

 

Fu la prima donna a conquistare, nel 2004, il Pritzker Prize, altrimenti detto il Nobel per l’Architettura, l’unica ad aggiudicarsi anche lo Stirling, poi il Praemium imperiale giapponese e la medaglia d’oro del Royal Institute of British Architects. A chi la accusava di fare astrazione e considerava irrealizzabili i suoi edifici, rispondeva piccata: non sono edifici, sono concetti. Eccoli là quei concetti, l’impronta maestosa che Zaha lascia a noi su questa Terra, le tracce di un pensiero che disegnò le forme per arredare il mondo.

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