Giancarlo Marzorati, l’emozione del progettare Giancarlo Marzorati, l’emozione del progettare
Architettura

Giancarlo Marzorati, l’emozione del progettare

Scritto da Redazione |

14 Giugno 2017

Quella di Giancarlo Marzorati è una storia che profuma di casa. Non solo perché nel corso della sua decennale carriera ne ha progettate e ristrutturate a decine, ma perché lui, architetto nato e cresciuto a Sesto San Giovanni, ha scelto proprio l’hinterland milanese per dare sfogo alla sua creatività, mettendo il proprio talento al servizio dell’intera comunità. 

È proprio nella sua Sesto, città segnata nel tempo da un forte processo di riconversione di grandi aree industriali, che ha progettato e realizzato numerose e differenti strutture: da centri commerciali a complessi residenziali, passando per cinema, auditorium e sedi aziendali. Tutte disegnate tenendo a mente quello che l’aver vissuto per una vita in una città che lo ha fatto crescere, umanamente e professionalmente, gli ha insegnato: il rispetto per l’ambiente, l’originalità e l’emozione. Tratto fondamentale per distinguersi – dice lui – dai mestieranti. 

Noi lo abbiamo incontrato nel suo studio in viale Fratelli Casiraghi, per farci raccontare le emozioni e i retroscena di una vita professionale ricca di creatività.

 

La prima domanda che le faccio è relativa al contesto. Ci troviamo a Sesto San Giovanni, dove lei è nato e cresciuto professionalmente. Questo è un luogo simbolo della riconversione delle aree industriali. Come vede il futuro di questa città?
“Senza ombra di dubbio, i progetti di riqualifica industriale della zona interessano, per dimensioni, soprattutto l’area ex Falck. Questo però si porta dietro problematiche di carattere numerico abbastanza emblematiche. Basti pensare che sono passati 20 anni dall’ultima colata della Falck e siamo ancora qui a chiederci cosa ne sarà in futuro di quest’area. Si parla della nuova città, che però inevitabilmente dovrà integrarsi con quella storica. Si parla della Città della salute, che potrebbe essere pronta nel 2023. Io credo che, a prescindere da quale progetto venga realizzato, bisogna fare i conti con il tempo che passa. Se la realizzazione alla fine dura 20 anni, lei si immagina di quale società stiamo parlando? Dove saremo tra 20 anni? Che esigenze avremo? Andremo ancora in macchina? Litigheremo ancora per il parcheggio? Credo che tra 20 anni ci troveremo innanzitutto in un contesto in cui le ragioni del nostro vivere saranno in primo luogo differenti”.

 

Per esempio?
“Un esempio può essere il concetto di casa e residenza. Gli standard dell’abitazione sono entrati in crisi. Quella della casa non è più una realtà classica. Oggi la società è diversa. Lei oggi è qui, domani potrebbe essere a Londra a fare un’altra cosa. E questo si rispecchia nella soluzione abitativa. Tempo fa abbiamo fatto un ragionamento con Gaetano Pesce, che ci ha spinto a realizzare la casa pluralista. Non ci siamo riusciti, ma non è detto che in futuro non si faccia. Si tratta di una casa adattabile alle esigenze di chi la abita e differente da piano a piano. Le esigenze e le necessità del nostro vivere non sono più quelle dei nostri genitori”.

 

Lei ha progettato nella sua carriera molti uffici per grandi aziende. Noi veniamo da un Salone del Mobile in cui questo tema (visti dall’interno) era centrale. Dall’esterno, a livello architettonico, quali sono le esigenze che oggi hanno gli uffici?
“È bene sottolineare che con il cambiamento della concezione di lavoro è cambiato anche il linguaggio. Gli uffici oggi hanno all’ingresso il biliardino. È un piccolo esempio, ma questo deve spingerci a considerare il posto di lavoro in una maniera diversa da quella classica. Spesso gli uffici vengono costruiti su logiche e gerarchie vecchie. La creatività, che ti permette di superare la logica limitante, ti aiuta a rivoluzionare e sperimentare. Anche se alla fine nella mia carriera mi sono sporcato tanto le scarpe nei cantieri. Amavo discutere con i muratori”.

 

Tra i suoi progetti c’è una diversità incredibile: aeroporti, auditorium, residence, uffici, centri commerciali, multisala. Come si fa a carpire le esigenze di posti così diversi?
“Il problema è sempre lo stesso: immedesimarsi nelle oggettive necessità e funzioni che bisogna assolvere. Quando si realizza un progetto, gli architetti spesso e volentieri vogliono fare un monumento a se stessi. Un narcisismo che li ha portati in più occasioni a essere definiti star. La definizione “dal cucchiaio alla città” non è casuale: i progettisti si trovano a fronteggiare problemi così diversi tra loro. Spesso l’unica strada percorribile è quella della fantasia e della creatività”.

 

Ci sono due concetti che emergono molto dai suoi progetti: il primo è il contesto, il secondo la funzionalità…
“È vero, sono due aspetti essenziali dei miei progetti. È difficile però fare una gerarchia. Sono requisiti fondamentali, entrambi non possono e non devono essere sottovalutati. Il genius loci, nel dettaglio, è un aspetto pregnante. Quando lavori in una determinata location, ti accorgi che la realtà e il modo di vivere e usare le cose hanno un criterio preciso da cui non si può prescindere. Mi è capitato quando ho realizzato la Torre Sospesa, di cui vado molto orgoglioso. È stato un vero e proprio monumento che ho voluto realizzare per il committente. Lui inizialmente aveva rigettato la mia idea. Poi si è convinto e me l’ha fatta fare. Ecco, vede, non ho mai pensato di poter fare la stessa cosa in più posti. Questo è il grande rischio degli architetti: se iniziano a replicare, vuol dire che è meglio mandarli a casa. Se lei guarda i miei progetti, io non penso di avere un modo unico espressivo. La cosa fondamentale, al di là di contesto e funzionalità, è l’emozione, che io metterei come cornice al quadro del discorso che stiamo facendo. L’architettura deve emozionare. Altrimenti diventiamo tutti dei mestieranti”.

 

Mi racconta un po’ il progetto di Padenghe sul Garda?
“Il progetto nasce in maniera molto casuale. Come tanti altri progetti. Questi signori, tre impresari di Brescia, avevano comprato questi immobili dismessi con l’intento di realizzare un bel progetto, con belle abitazioni da vendere ai milanesi che vogliono una seconda casa. Era un progetto abbastanza particolare, metà complesso era vincolato alla soprintendenza, c’era una vecchia filanda e strutture con un significato storico e antropologico importante. Io passavo di lì spesso, senza essermene mai realmente interessato. Un giorno un interlocutore mi ha presentato ai tre impresari. Io li ho violentati con le mie idee e da lì è nato un progetto che non coinvolge solo il complesso, ma anche il parco pubblico e l’intero paese. Abbiamo impostato il progetto sull’ospitalità e il benessere al fine di creare un luogo di eccellenza”.

 

Che progetti ha per il futuro?
“Mi stanno interpellando per fare una cosa che non so definire a Dakar, in Senegal, dove c’è il porto più importante dell’Africa. L’interlocutore è il direttore del porto, che è la terza potenza locale. A lui è capitato di venire a Milano e di soggiornare all’hotel Barcelò, che ho fatto qui vicino, dove ci sono le autostrade. Si è invaghito del progetto e sta nascendo questo rapporto. Lui vorrebbe che io progettassi questo hotel sull’acqua, associato a spazi per uffici e residenze. Mi sto divertendo a immaginare questa cosa”.

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