Il limite? Il più prezioso degli stimoli. Intervista all'arch. Stefano Belingardi Clusoni Il limite? Il più prezioso degli stimoli. Intervista all'arch. Stefano Belingardi Clusoni
Architettura

Il limite? Il più prezioso degli stimoli. Intervista all'arch. Stefano Belingardi Clusoni

Scritto da Federica Colli Vignarelli |

18 Maggio 2017

Struttura, razionalità, funzione, ricerca, poliedricità. Queste le basi dell’architettura per Stefano Belingardi Clusoni, professionista milanese che ad appena trent’anni gestisce lo studio BE.ST – Belingardi Stefano Architect, da lui fondato quattro anni fa. Diplomato all’Accademia di Architettura di Mario Botta in Svizzera, vince il premio SIA Master Architecture per il miglior progetto di Master. Dal 2007 al 2009 lavora nello studio EMBT Miralles-Tagliabue a Barcellona e in quello di Cino Zucchi a Milano. Nel 2010 vince un programma Erasmus alla Charles Rennie Mackintosh School of Art di Glasgow. Torna a Milano, lavora per Daniel Libeskind e un anno dopo vola a Shanghai per una nuova collaborazione con EMBT Miralles-Tagliabue. Dal 2013 segue in prima persona progetti su scala internazionale, in Italia e all’estero, con un principio ben radicato in mente: fare del limite il più prezioso degli stimoli.

 

Cosa significa gestire uno studio di architettura a trent’anni, avendolo aperto a 26?

“A 26, quando sono partito, ero da solo. Lavoravo nello studio di Libeskind a Milano, poi succede che vinco un concorso grazie al quale ottengo una forte visibilità e decido di mettermi in proprio. Il mio punto di forza è stato creare nel tempo un team estremamente valido, fatto di persone giovani che nonostante il clima confidenziale comprendono la rigidità che per me è doveroso assumere in ambito professionale. Gestire uno studio a quest’età sicuramente responsabilizza: questo per me non rappresenta un limite, ma lo stimolo necessario ad alimentare l’ambizione di diventare grandi, che è quello che voglio. Per me e per la mia squadra”.

Qual è il concetto fondamentale alla base della tua architettura?

“Si tratta di un concetto che ho importato dall’Accademia di Mario Botta. L’idea è che l’architettura non sia, come oggi la considerano in molti, una bella forma dietro la quale si celano struttura e funzionalità. Un edificio deve prima di tutto essere funzionale. Per me la struttura è architettura stessa: in tutti i miei progetti la struttura assume anche una valenza estetica, non è qualcosa che nascondo con la forma. Altrimenti diventa un esercizio di puro design, che nulla ha a che vedere con l’architettura”.

Adotti la stessa filosofia per i tuoi progetti di interior e di design?                                          

“Assolutamente sì. Faccio fatica a concepire la figura dell’interior designer e il committente che vi si rivolge per la progettazione degli spazi interni. L’architetto deve essere in grado di pensare a tutto. Altrimenti si rischia, come mi è capitato, che l’intervento di una seconda figura si sovrapponga al tuo, rovinando di fatto il progetto. Chi fa il mio lavoro ha una propria filosofia, che applica al grattacielo così come alla camera da letto”.

ANALYSIS, Design Project

Il tuo primissimo progetto.

“Quando ancora ero in università ho progettato un grattacielo per il concorso lanciato dalla rivista Casabella, nell’ambito della mostra Giovani architetti che grattano il cielo, vincendolo. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con molti professionisti del settore, tra cui il Presidente di Coima Manfredi Catella, con cui tutt’ora ho dei rapporti lavorativi. Il primo progetto realizzato è invece quello che ho vinto a Berlino, su cui ho lavorato per un anno: l’ampliamento di una penthouse in un edificio storico nel quartiere di Mitte”.

Uno dei quartieri più centrali e belli della città, al contrario di Kreuzberg.

“Sto lavorando anche lì. E la situazione è paradossale: il progetto prevedeva la realizzazione di un palazzo, inizialmente pensato in metallo. Il Comune però mi ha fermato, dicendo che il rischio vandalismo era troppo alto e che gli abitanti lo avrebbero presto danneggiato tra lanci di pietre e graffiti. Ho cambiato strategia, e oggi stiamo lavorando con un cemento che sia a prova di atto vandalico. La reputo però una svolta positiva, che fa capire cosa sia davvero l’architettura: non è sempre quello che vuoi o che pensi debba essere, spesso va trovato il compromesso tra le esigenze del cliente, il budget necessario alla realizzazione, la burocrazia o, come in questo caso, i limiti insiti nel contesto urbano. Il che spinge migliorare il progetto, lavorando con materiali più adatti e trovando soluzioni a cui altrimenti non avresti pensato”.

Tra le tue collaborazioni vanti gli studi di Libeskind, Benedetta Tagliabue e Cino Zucchi. Quale insegnamento hai tratto da ciascuno di loro?

“Sono tre persone completamente diverse. Tagliabue ha un modo di fare architettura completamente diverso dal mio: molto più organico e fluido, ricco di colori, mentre io prediligo il razionale, le linee spezzate e le scale di grigio. Da loro ho imparato ad apprezzare il colore, non in quanto tale ma legato alla tematica e ai materiali alla base del progetto. In aggiunta a ciò, ragionare sul fluido permette una libertà di pensiero totale, svincolata dai paletti che un approccio più razionale impone. Libeskind è una via di mezzo tra questa impostazione e la mia: è fluido ma con linee spezzate, da lui ho imparato a far convivere questo binomio. Cino Zucchi è tanto diverso da me in termini di architettura quanto simile dal punto di vista umano del lavoro: è uno che disegna tantissimo e passa parecchie ore in studio”.

Benedetta Tagliabue e Cino Zucchi sono due dei cinque architetti che presenteranno il loro progetto di riqualificazione degli scali ferroviari dismessi di Milano.

“Sono coinvolto anch’io nel progetto, collaboro con lo studio Tagliabue come architetto under 40. Ogni studio lavora sulla riqualificazione di tutti gli scali, ma ciascuno al suo interno suddivide il lavoro progettuale: io sto collaborando al concept per lo scalo Greco-Breda. A me piace concepire l’architettura in modo poliedrico, dall’edificio al pezzo di design. L’urbanistica è qualcosa di ancora più specializzato: non è il gesto dell’architetto su un singolo lotto ma lo studio delle interferenze di un luogo e di una città”.

Hai lavorato a Londra, Shanghai, Berlino, Lisbona, Panama. Che differenza c’è rispetto a lavorare in Italia?

“È sicuramente più complicato: non sei sul posto, devi affidarti a studi locali con cui molto spesso nascono conflitti o sorgono problemi di ingerenza, dati dal fatto che ciascuno voglia seguire e dire la sua sull’intero progetto”.

Non c’è un po’ meno diffidenza verso i professionisti più giovani?

“Decisamente sì. In Italia la cosa sta un po’ cambiando, iniziano a nascere bandi dedicati ad architetti molto giovani, come quello di Telecom. Resta però ancora la necessità di concorsi dedicati, insieme al fatto che l’architetto giovane possa arrivare fino a un certo punto del progetto, dopo il quale deve essere necessariamente affiancato da una sovrastruttura”.

A proposito di Telecom: immagino sia il progetto di cui vai più fiero.

“Sì, l’azienda ha approvato il progetto che ho consegnato per la ristrutturazione del loro quartier generale a Milano, un immobile molto prestigioso di Beni Stabili, che era composto per il 2% da uffici e per il resto da centrali Telecom. Gli ambienti andavano stravolti, il rifacimento è quasi ex novo. Da pochissimi dipendenti in loco passa a ospitarne oltre 1.200. Sono state completamente riviste le facciate, la struttura è stata realizzata con il software Bim e certificata Leed Gold. Ci ho lavorato due anni”.

Cosa pensi della convinzione diffusa che l’architettura sia diventata, rispetto al passato, qualcosa di molto più elitario, personalizzato, spesso autocelebrativo dell’architetto più che a servizio del cliente?

“Che è vero. Ed era vero anche in passato: l’architettura è una forma di gloria, ma la gestione della stessa dipende molto dalla personalità dell’architetto. C’è chi ha un egocentrismo fine a se stesso e chi invece, come me, proprio per l’ego un po’ ipertrofico ci tiene a realizzare progetti che siano perfetti per tutti. Anche (e soprattutto) per il cliente”.

In una recente intervista, Mario Botta ha affermato: “Si pensa che il creativo guardi al futuro. Non è vero, guarda al grande passato”. Cosa ne pensi?

“Sono in parte d’accordo. Negli ultimi 10 anni la tecnologia ha rivoluzionato il modo di fare architettura: si è passati dal disegno a mano a quello a computer, poi dal 2D al 3D. In Cina hanno appena realizzato la prima casa stampata in 3D: soluzioni come queste sono in grado di rivoluzionare il mercato, e secondo me lo faranno. Il futuro è inevitabile, non restare al passo sarebbe inutile e dannoso. Io però non sarò mai l’architetto iperfuturista che si affida completamente alla tecnologia: un po’ perché certe innovazioni – vedi la corsa all’architettura sostenibile – si abbracciano spesso per speculazione più che per un reale commitment ambientale, un po’ perché avere un rapporto con il passato è fondamentale e bellissimo. Sarà la scuola di Botta, ma sono un architetto romantico”.

La figura dell’architetto. Oggi, rispetto a vent’anni fa, è decisamente più articolata, in termini di ruoli e competenze.

“Molti definiscono l’architetto come un tecnico, che ha quale primo scopo il creare qualcosa di funzionale: è verissimo, ma a mio avviso è necessario che sia anche un artista e un creativo. Senza contare che all’occorrenza deve essere in grado di diventare ingegnere, legale, filosofo, sociologo, psicologo, economista, comunicatore. Deve districarsi con la burocrazia, che è rigidissima. Deve saper stare in cantiere, che è la fase più importante. Deve capire il cliente e trovare l’equilibrio tra le sue richieste e la loro fattibilità”.

Funzione e contesto: ha ancora senso parlarne o rappresentano dei limiti alla creatività progettuale?

“Non rappresentano dei limiti. O meglio, lo sono ma li reputo necessari: avendo troppa libertà si rischia di non portare a termine nulla. Sono limiti che danno un senso a ciò che fai: scegli quella forma perché è giusta in quel contesto, quel materiale perché è il più adatto a soddisfare una data funzione. I progetti più interessanti derivano da grandi limitazioni”.

In quale parte del mondo ti vedi tra una decina d’anni?

“L’estero c’è e sarà sempre presente nel mio percorso, perché offre opportunità impareggiabili. Ma mi vorrò sempre distinguere come architetto italiano e milanese, basato nella mia città”.

Un progetto su cui stai lavorando e uno su cui, senza limiti, ti piacerebbe lavorare.

“Sto realizzando una torre residenziale di 35 piani a Panama, e ristrutturando il teatro storico della città. Ne sto pensando anche una in Ecuador, sempre residenziale, comprensiva di una zona portuale. Il più particolare è però quello che sto realizzando a Cascais, vicino a Lisbona: si distingue perché è un vero e proprio masterplan, con 98 ville, un resort e campi sportivi. È quello che al momento mi stimola di più, dato che devo ragionare non su un edificio ma su un intero contesto. Una cosa che invece mi piacerebbe fare è ciò che sta facendo ora Mario Botta in Cina: progettare una città. Ragionare su un microcosmo. Trovo sia una sfida incredibile”.

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