Intervista a Luca Nichetto: il design, secondo me Intervista a Luca Nichetto: il design, secondo me
Architettura

Intervista a Luca Nichetto: il design, secondo me

Scritto da Giulia Guerra |

18 Maggio 2016

Un artigiano dell’emozione, un visionario della funzionalità. Nato a Murano 40 anni fa da una famiglia di maestri del vetro, Luca Nichetto è oggi uno dei più importanti designer del mondo. E quel mondo lo sta esplorando tutto, dall’Asia all’America, passando, come sempre, per l’Europa. Tra grandi committenze e collaborazioni eccezionali, la sua filosofia creativa naviga alla scoperta di continenti e culture, lasciandosi dietro una scia di successi, e lo fa battendo bandiera italiana. Noi lo abbiamo intercettato a Stoccolma, sulla rotta per gli Stati Uniti. Questo è quello che ci ha detto, prima di proseguire il viaggio. La meta? Una sola: il futuro.

 

Il tuo studio fonda la sua filosofia su un vero e proprio manifesto, in cui vengono enunciati ben 20 principi di design. Partiamo dal primo: tutto ciò che viene creato è pensato per essere utilizzato e amato. Nel tuo lavoro, quanto è importante l’emozione? Secondo te, in che modo un pezzo di design può possedere e trasmettere qualità affettive?

"Quello che intendiamo è che, se ci pensi, in primo luogo, ci sono diversi modi e diverse scuole di design al mondo. Per esempio, io ora sono a Stoccolma, e la scuola scandinava è molto più legata a un’estetica funzionale del prodotto, un’estetica che, in questo momento, nel nostro immaginario, provoca un certo tipo di feeling. Il design italiano, invece, ha fatto sempre dell’emozione una delle componenti principali, proprio creando una sorta di “affetto” rispetto all’utilizzatore. Facciamo l’esempio di Alessi: se non avesse avuto una componente emozionale molto forte, ora noi non parleremmo dell’Alessi che conosciamo. Quando cito questo principio, penso che tutti gli oggetti che mi circondano hanno sì una funzione, ma se non hanno certe altre caratteristiche, la sensazione dei materiali, l’estetica, la componente ludica, i colori, se non ha una componente emozionale, è difficile che quell’oggetto possa far parte del mio mondo".

 

Uno degli aspetti che ami sottolineare è l’importanza del lavoro di squadra, sia in fase di progettazione che in fase di realizzazione. Perché il team è un valore aggiunto? La possibilità di combinare diverse competenze ha ricadute positive sui prodotti? In che misura?

"Assolutamente. Il lavoro di gruppo è un valore aggiunto. Per esempio, adesso sto lavorando in Cina e chiaramente, in questo contesto, le competenze richieste sono molto diverse rispetto a quelle necessarie in Europa o in Italia. Quindi, lo sforzo per arrivare ad avere un certo tipo di risultato è decisamente maggiore. La squadra che hai attorno, dai collaboratori ai fornitori, passando per le aziende produttrici e gli editori, è il risultato di incontri fondamentali, che poi ti permettono di realizzare la tua visione. Il gioco di squadra per me va inteso come se si trattasse di una squadra di calcio: ci sono diversi ruoli e ogni ruolo è basilare per vincere la partita. La stessa cosa avviene quando affronti un progetto di design: tutti i componenti devono avere delle caratteristiche specifiche, per andare verso un certo tipo di risultato. Pur partendo da conoscenze di base diverse, tutti devono essere orientati verso un goal unico".

 

Oggi, nel mondo dell’architettura e del design, la tecnologia ha assunto un’importanza decisiva. Che rapporto hai con essa nel tuo lavoro? Secondo te l’innovazione tecnologica è destinata a cambiare per sempre il nostro modo di abitare?

"Sono molto dubbioso. Si parla tantissimo della stampa 3D. Secondo me è solamente un tool. Non cambierà l’approccio. Bisognerà vedere in quali campi verrà applicata, come verrà applicata e che accessibilità avrà. Non andrà a cambiare più di tanto il nostro modo di pensare e di vivere. Poi, ci sono altre tecnologie e altre situazioni che hanno cambiato molto il nostro modo di porci e di relazionarci con le cose e con le persone. Ma da qui a dire che questo cambierà l’estetica di una casa, la vedo difficile".

 

Veniamo al rapporto con il cliente.  Credi che designer e committente debbano stabilire un rapporto stretto? In che misura il creativo deve adeguarsi alle esigenze altrui e/o conservare il proprio spazio di libertà?

"Per quanto riguarda il rapporto con il cliente, sicuramente deve esserci un’empatia di un certo tipo, altrimenti non si può riuscire a fidarsi e a esprimersi nella maniera giusta. Deve esserci un rapporto aperto, corretto, di trasparenza, di scambio di opinioni. In quel caso si può costruire qualcosa. Più riesci a stringere relazioni, più facilmente riesci a formulare le tue proposte e a realizzare quello di cui i clienti hanno bisogno. Io penso che, comunque, il designer non è un artista. E’ un creativo, quello sì. Mi piace ricordare come viene tradotta la parola design in italiano: “disegno industriale”. Il significato che il termine assume in italiano è molto vicino alle radici del design. “Disegno industriale” è un modo per dire che tu, designer, disegni per l’industria. L’industria ha dei limiti, che sono i paletti rispetto ai quali il designer può adeguarsi o spingersi oltre, a seconda delle esigenze e del progetto, per arrivare a soddisfare un bisogno che è sì dell’azienda, ma anche del consumatore finale. Quindi, all’interno di quel tipo di territorio, puoi esprimerti e trovare il tuo modo di esprimere te stesso. Se hai bisogno di sconfinare da questo territorio, secondo me non stiamo più parlando di design ma di stile. Lo stile per me è un’altra cosa: in quel caso, è l’azienda che diventa un fornitore rispetto alla firma del designer. Si vede nei lavori di tanti colleghi. Lì non stiamo più parlando di un lavoro di traduzione di un bisogno, ma di un lavoro egocentrico. Io credo che la figura del designer abbia bisogno dell’industria, dei suoi paletti e dei suoi limiti, e anche di una buona relazione con i finanziatori".

 

Sei un designer italiano. Secondo te, il Made in Italy mantiene ancora una posizione di primato a livello internazionale? L’italianità di un prodotto è ancora un elemento distintivo? Quanto c’è di italiano nel tuo lavoro?

"Per quanto riguarda il Made in Italy, non esistono paesi come l’Italia: il nostro è un territorio eccezionalmente fertile per fare design, perché abbiamo una storia che parte dal Rinascimento e passa per le botteghe. Viviamo in un paese che ha del bello ovunque, abbiamo gli occhi allenati a un certo tipo di estetica. Il problema è che non siamo mai riusciti, e non ci stiamo riuscendo, a far squadra e a capire il valore di quello che abbiamo. A differenza, per esempio, della Francia, che è molto brava nello sfruttare le risorse a sua disposizione e nel farle diventare un’eccellenza. Non siamo riusciti a creare il marketing del nostro Paese. Ce l’abbiamo fatta per un periodo grazie al fatto che la qualità che riuscivamo a esprimere era veramente inimitabile, e siamo stati seduti ad aspettare che il mondo venisse da noi. Quando abbiamo visto che le cose hanno iniziato a girare in maniera diversa, il Made in Italy ha iniziato a soffrire. Con questo, io non penso che ci siano paesi neanche lontanamente simili all’Italia e penso che il valore aggiunto del Made in Italy sia incredibile. Dall’altra parte, però, nella mia esperienza, vedo che non è più una necessità per imporsi sul mercato. Penso che il designer sia una persona e quando, come persona, hai la possibilità di conoscere diversi modi di vedere, e cominci a viaggiare per lavoro, per curiosità, e ti impossessi di queste nuove visioni e nuovi modi di fare, tutto ciò va a influenzare la tua visione, che poi diventa il modo in cui tu ti esprimi".

 

Il tuo modus operandi pone attenzione all’estetica e alla funzionalità: i due aspetti sono equivalenti o uno deve prevalere sull’altro?

"Non necessariamente devono essere equivalenti e non necessariamente uno deve prevalere sull’altro. Secondo me dipende tanto dal progetto che stai facendo e da quale obiettivo hai. Se vado a lavorare per Venini e sto facendo un vaso in vetro di Murano, sicuramente il vaso ha una funzione che è quella di contenere i fiori ma, in quel caso preciso, l’aspetto estetico la fa da padrone rispetto alla funzione, perché secondo il DNA dell’azienda il vaso è un elemento decorativo. Devi sempre capire chi hai di fronte a te e il tipo di lavorazione con cui hai a che fare. Solo allora puoi decidere come procedere".

 

Ti sei occupato di tantissimi e diversi progetti, dedicandoti anche a collaborazioni con numerosi brand. A quale esperienza sei più legato e perché?

"Nel caso di quasi tutti i brand con cui ho lavorato si tratta di storie solo cominciate, e alcune continuano. Non ho una preferenza legata all’una o all’altra. Sicuramente ci sono stati due o tre brand che per il momento e per l’opportunità offerta mi sono rimasti nel cuore: uno è Salviati, azienda produttrice di vetro a Murano, per cui ho disegnato il mio primo oggetto (i vasi Millebolle). Poi, Foscarini, l’azienda che mi ha scoperto e supportato in una crescita professionale notevole e mi ha aperto al mondo del design. Infine, Cassina, per il fatto di lavorare con il brand italiano di punta nel mondo del design".

 

Guardiamo per un attimo al futuro. A tuo parere che direzione prenderà il mondo del design nei prossimi 5/10 anni? Quali sono le tendenze principali? Che cambiamenti ci aspettano?

"Io penso che ci saranno sempre più designer orientati all’Oriente. Per pura necessità: lì, l’impatto del designer è molto più importante rispetto a quello che avviene nel nostro mondo. Sicuramente ci sarà una migrazione dei designer verso l’Asia. Dall’altra parte, ci sarà un’esplosione delle piccole aziende denominate “makers”, che per me vuol dire “artigiani”, designer che si reinventano piccoli produttori. Secondo me, si andrà ad assottigliare quello che noi oggi consideriamo lo spazio proprio del designer. Si ridurrà lo spazio per le nuove generazioni di lavorare in quell’ambito. Si apriranno molte più possibilità in altre situazioni".

 

Per chiudere, quali sono i tuoi prossimi progetti nel breve e lungo termine? Qual è il tuo prossimo obiettivo?

"Sto lavorando parecchio in Cina. È appena finito il Salone del Mobile, quindi parlare di progetti futuri è prematuro, ma diciamo che di carne al fuoco ce n’è. Ora andrò a New York, poi sarò a Toronto, dove presenterò la mia collezione per De La Espada e dei piccoli vasi per una galleria della città. Molto bolle in pentola, questo in realtà è il periodo in cui arrivano richieste nuove. Sto lavorando con un’azienda cinese, di cui sono art director, si chiama ZaoZuo. A settembre lanceremo una cinquantina di nuovi prodotti disegnati da me e da una serie di designer internazionali, da me coinvolti nel progetto".

 

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