L'architetto Mario Cucinella ci racconta il potere dell’empatia L'architetto Mario Cucinella ci racconta il potere dell’empatia
Architettura

L'architetto Mario Cucinella ci racconta il potere dell’empatia

Scritto da Redazione |

17 Novembre 2016

Per l’architetto Mario Cucinella l’empatia è innanzitutto una questione di comprensione. Comprensione di un luogo o di una persona, senza differenze, perché è proprio l’anima il tratto di autenticità che permea ogni cosa intorno a noi, un’anima da capire e illuminare, con la quale abbiamo il dovere di relazionarci, riscoprendo il valore della sensibilità. E questo contatto con l’anima del mondo, con l’identità profonda di ogni spazio, è il punto di partenza fondamentale per un architetto dall’intuizione brillante come Cucinella, in grado di tradurre l’emozione in forma, la creatività in architettura, consapevole delle responsabilità che implica l’atto stesso di progettare, verso la comunità, verso l’ambiente. Abbiamo parlato con lui della mostra che apre in questi giorni alla Triennale di Milano, che non a caso ha scelto di dedicare all’Empatia Creativa, chiacchierando del presente e del futuro, tra libri, ricordi e progetti con un solo obiettivo comune: rendere migliore la realtà.

 

Circa l’evento Empatia Creativa, in programma a partire dal 17 novembre alla Triennale di Milano, cosa ci racconta?

“La mostra si chiama Empatia Creativa perché coincide anche con l’uscita di un libro che presentiamo in quell’occasione: si tratta della storia degli ultimi anni raccontata attraverso alcuni progetti. Il nome Empatia Creativa l’ho scelto per evitare il termine sostenibilità, ultimamente molto abusato. L’empatia è un’attitudine di comprensione di un luogo o di una persona. La creatività è, invece, lo strumento che ti permette di interpretare quei luoghi o quelle persone. Per me l’empatia creativa è un modo per dire che l’architettura appartiene ai luoghi e questi luoghi vanno capiti. La creatività è lo strumento che traduce questa comprensione dei luoghi in architettura. La mostra è dedicata a 5 progetti che stiamo realizzando a Milano: la costruzione della torre dell’Unipol, che completa il quartiere Garibaldi-Repubblica; la costruzione della sede della Coima; un museo di arte antica in Corso Venezia; i due poli ospedalieri: quello privato del San Raffaele, con il polo chirurgico e di degenza, e quello della Città della Salute a Sesto San Giovanni”.

 

Ha lavorato con Renzo Piano a Genova e a Parigi, collaborando con lui anche recentemente al progetto G124 per il recupero delle periferie in Italia. Che cosa ha significato per lei confrontarsi con uno dei più grandi architetti viventi? In che misura ne è stato arricchito?

“Quando ho lavorato con lui, tanto anni fa, ero un ragazzo. Essendo genovese per me è stato facile poter lavorare con lui. Sono andato a lavorare in uno studio dove – dico sempre- sono andato a “rubare il mestiere”. Sono stato lì un po’ di anni e poi ho preso la mia strada. Recentemente invece, 25 anni dopo, il senatore Piano mi ha chiamato per aiutarlo come tutor per questo progetto sul rilancio delle periferie. È stata una bella collaborazione”.

 

Il suo studio si è concentrato da tempo sul concetto di sostenibilità applicato al mondo delle costruzioni e del design. Qual è la sua idea di architettura sostenibile? Cosa comporta dal punto di vista della progettazione?

“L’idea della sostenibilità degli edifici è un tema di cui si parla tanto e non si fa molto. Il tema riguarda un aspetto tecnico e prettamente prestazionale: l’obiettivo è costruire edifici che consumino meno energia, inquinino meno e siano più efficienti. Dall’altra parte la sostenibilità è legata al rapporto che gli edifici creano con il contesto, quindi diventa fondamentale la capacità di costruire degli edifici che non siano estranei, ma più partecipativi alla vita della città, che intercettino le sue relazioni. Sono due anime molto diverse, che, fondendosi, completano il concetto di sostenibilità. C’è senza dubbio una responsabilità sociale che deve rispondere a obiettivi chiari. In primis quello di tornare a costruire edifici che diventino parte della nostra quotidianità. Senza arroganza”.

 

Come sappiamo, negli ultimi tempi l’Italia è stata fortemente colpita dal terremoto, una piaga endemica del nostro territorio. Secondo lei, è possibile prevenire il crollo degli edifici? In che modo? Su quali principi bisogna fondare la ricostruzione?

“Sono due temi importanti all’interno di questo argomento delicato. Uno è quello della prevenzione. Prevedere è difficile, prevenire è più facile. La prevenzione è un’azione molto importante in un Paese che da un punto di vista geologico è molto fragile. Noi siamo coscienti che il rischio c’è. Prevenzione è sinonimo di responsabilità. Quel fenomeno arriverà e, non potendolo prevedere, possiamo rendere i nostri edifici più sicuri grazie a tecnologie alla portata del nostro tempo. Il secondo aspetto è la ricostruzione. Ricostruire è un’azione importante, perché gli edifici non sono solo dei contenitori, ma sono la memoria della gente, la storia dei luoghi. È molto importante ricostruire per dare un senso ai luoghi”.

 


Un’iniziativa professionale di cui va particolarmente orgoglioso?

“Sono molto contento della creazione di questa scuola di sostenibilità che si chiama SOS (School of Sustainability), perché credo che sia una responsabilità sociale del mio ufficio investire la nostra conoscenza e condividerla con i più giovani. La scuola nasce con l’obiettivo di dare ai ragazzi gli strumenti per affrontare le sfide di domani, che saranno legate a temi ambientali e della sostenibilità”.

Quali progetti ha in serbo per il futuro?

“Diversi. Ne ho uno molto interessante circa il tema dei profughi e dell’immigrazione su cui non faccio tanta pubblicità. Stiamo facendo un’operazione silenziosa in Basilicata, per questa fondazione del Premio Nobel Betty Williams. Costruiamo degli alloggi con materiali naturali per le famiglie, per aiutarle a ritrovare un po’ di pace. Abbiamo appena finito anche un progetto su Catania, per rilanciare una grande ferita urbana nata nel dopoguerra che ad oggi non è ancora stata ristabilita”.

Questo articolo parla di:

Precedente

L’Empatia Creativa in cinque progetti che raccontano Milano

Successivo

In Estonia il museo che concilia passato e futuro

Sadoru e Hub, ecco le novità di Porro per la zona notte
Design

Sadoru e Hub, ecco le novità di Porro per la zona notte

Porro, azienda specializzata nella produzione di complementi d’arredo e conosciuta nel mondo per l’alta qualità nella...

Made in Italy, il futuro è “bedding”
Design

Made in Italy, il futuro è “bedding”

Cultura del benessere, del buon vivere, del riposo. Basta poco per rievocare i piaceri dell’italian way of life...

A Sydney l’Office Tower che chiama i millennial
Architettura

A Sydney l’Office Tower che chiama i millennial

Una torre per uffici progettata per attrarre il “millennial worker”. Con queste parole lo studio di architettura Grimshaw...