Milano, l’addio all’architetto Luigi Caccia Dominioni Milano, l’addio all’architetto Luigi Caccia Dominioni
Architettura

Milano, l’addio all’architetto Luigi Caccia Dominioni

Scritto da Redazione |

15 Novembre 2016

Milano saluta il suo architetto. E non è una formula retorica, perché Luigi Caccia Dominioni, morto domenica scorsa alla veneranda età di 103 anni, è stato davvero l’architetto di Milano, risollevandone gli edifici dopo i bombardamenti della guerra, riprogettandola con le sue architetture dinamiche, vivendola giorno dopo giorno dall’osservatorio privilegiato di Piazza Sant’Ambrogio a Milano, per settant’anni casa, studio, laboratorio.

 

Laureato al Politecnico di Milano, nel 1936 decide di aprire uno studio d’architettura insieme a Livio e Piegiacomo Castiglioni, con i quali realizzerà il celebre radioricevitore Phonola; nel 2015 è insignito della Medaglia d’Oro alla carriera dalla Triennale di Milano. In mezzo, un percorso fatto di traguardi tagliati e obiettivi raggiunti, nella consapevolezza che il potere della visione non è sufficiente, quando manca il lavoro di squadra.

 

Attento al dettaglio, appassionato sostenitore dei valori artigianali, capace di riunire in sé immaginazione e pragmatismo, Caccia Dominioni ha contribuito ha ridisegnare il panorama urbanistico di una città intera: suo il disegno di Piazza San Babila, suo il Palazzo di Santa Maria alla Porta, e poi la ristrutturazione della Biblioteca e della Pinacoteca Ambrosiana, il complesso residenziale di San Felice, con l’amico Vico Magistretti.

 

 

Una passione per le forme che si estese nei progetti condotti all’estero (per esempio, il grattacielo di Parc Saint Romain nel Principato di Monaco) e arrivò a toccare anche il design d’interni: basta ricordare la fondazione di Azucena per la produzione di arredi, o gli oggetti realizzati con Ignazio Gardella.

 

“Sono architetto sino in fondo e trovo l'urbanistica ovunque. In realtà l'appartamento è una microcittà, con i suoi percorsi, i suoi vincoli, gli spazi sociali e quelli privati” amava dire.

 

Città che grazie a lui abbiamo imparato a guardare con nuovi occhi, micro o macro che siano.

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