Museo della Scienza di Milano, la rinascita delle ex Cavallerizze Museo della Scienza di Milano, la rinascita delle ex Cavallerizze
Architettura

Museo della Scienza di Milano, la rinascita delle ex Cavallerizze

Scritto da Redazione |

24 Maggio 2016

Chi non conosce il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano? Si tratta di uno dei fiori all’occhiello del panorama museale italiano, intitolato, non a caso, al grande Leonardo da Vinci. Si parla di un’area espositiva gigantesca, dislocata su una superficie complessiva di 40 mila metri quadri e depositaria di una storia travagliata, che ha fatto della struttura prima un monastero, poi una caserma militare dotata di cavallerizze.

 

E’ proprio attorno alle ex Cavallerizze, fortemente danneggiate dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e lasciate a lungo in abbandono, che si sviluppa il progetto elaborato dall’architetto Luca Cipelletti, da tempo impegnato in vari interventi di restauro e riconversione negli spazi del museo.

 

Si partiva da una situazione piuttosto difficile, dal momento che soltanto due locali sono sopravvissuti, altri quattro erano ridotti a ruderi mentre al centro si apriva un grande spazio vuoto. L’architetto inoltre ha dovuto far fronte alla scarsità dei fondi messi a disposizione, nettamente inferiori rispetto alle necessità del progetto originario.

 

Di necessità virtù: in soli 90 giorni, appena in tempo per ospitare la XXI Triennale, è stato possibile sostituire il vuoto centrale con un’area polifunzionale, collegata ad un corridoio nuovo lungo ben 80 metri, ridisegnando così il percorso museale e prospettando uno spostamento dell’ingresso sulla più visibile e accessibile Via Olona.

 

Vuoi per la penuria di risorse, vuoi per una precisa scelta di stile, l’impianto complessivo conserva una personalità grezza e vicina alle soluzioni più tipiche dell’architettura industriale: un intonaco di cemento striato e irregolare caratterizza il rivestimento dell’arteria centrale, dove gli impianti elettrici in zinco sono lasciati a vista, mediante il solo filtro di una struttura a griglia.

 

Il grigio caldo delle facciate esterne è bilanciato dal rosso dei muri di mattone che abbracciano gli interni, una cornice essenziale adatta ad esaltare l’imponente lavoro che invece è stato fatto relativamente all’illuminazione, grazie alla collaborazione di Alberto Pasetti. Da un lato la luce artificiale, prodotta da neon regolabili racchiusi entro elementi a parallelepipedo; dall’altro, il colpo di genio delle “ferite di luce”.

 

Infatti, il corpo centrale risulta completamente privo di finestre, sostituite da una parete innovativa, realizzata con pannelli di bamboo, separati l’uno dall’altro da veri e propri tagli luminosi di 12 cm in vetro, che incanalano i raggi del sole e li proiettano sul pavimento come se si trattasse di una meridiana.

 

Un progetto che, di per sé, vale il biglietto della visita.

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