Intervista esclusiva a Davide Vercelli: oltre il design, tra tecnologia e sensorialità Intervista esclusiva a Davide Vercelli: oltre il design, tra tecnologia e sensorialità
Design

Intervista esclusiva a Davide Vercelli: oltre il design, tra tecnologia e sensorialità

Scritto da Giulia Guerra |

01 Giugno 2016

Mai fermarsi. Potrebbero essere queste le parole più adatte a descrivere la filosofia di Davide Vercelli, un ingegnere del design che di strada ne ha fatta parecchia, partito dall’originaria Valsesia piemontese per un viaggio di sola andata, dritto verso le ultime frontiere della progettazione. Un percorso che non accenna a rallentare: dopo aver collaborato con svariate aziende, affrontando ogni genere di prodotto, dall’illuminazione agli accessori bagno, e dopo aver ricevuto riconoscimenti di prestigio, tra cui la vittoria agli International Design Awards e la selezione per il Compasso d’Oro, oggi Davide Vercelli guarda ad un futuro che promette altri successi. A partire dal prossimo Cer Sail di Bologna, passando per alcuni speciali progetti “sensoriali” che si annunciano pieni di sorprese. Di questo, e di molto altro, abbiamo parlato proprio con lui.

 

Cominciamo dalle origini. Sei laureato in ingegneria, hai svolto un percorso di studi al Politecnico di Torino e ti occupi da anni di design. Quale tappa della tua formazione è stata decisiva per orientare la tua carriera? Da dove nasce la passione per il design? Le tue competenze d’ingegneria costituiscono un valore aggiunto?

“Quando iniziai l'università, a metà anni '80, non esistevano molte scuole di design, la soluzione per chi avesse desiderato approcciarsi al mondo della progettazione di prodotto era l'iscrizione ad architettura. Senza apparire presuntuoso, mi pareva una soluzione scontata; giudicai che ingegneria, sebbene lacunosa per altri aspetti, mi avrebbe dato i fondamenti per poter costruire un mio possibile e personale percorso.

La tendenza ad osservare gli oggetti, il modo in cui sono costruiti e la loro funzione mi è appartenuta da sempre ed insieme ad essa anche il pensiero di poterne sviluppare di migliori, diversi, nuovi. E’ la base per essere un buon designer.

Non sono mai stato un formalista, cerco sempre di innovare, nel modo in cui un prodotto viene utilizzato, fabbricato o percepito, nell'uso di materiali e tecnologie innovative; la forma viene di conseguenza. In questo la padronanza degli aspetti tecnologici e la conoscenza dei materiali che solo un corso di ingegneria può dare mi sono stati di grande aiuto. Il resto, la creatività, la fantasia e la poesia degli oggetti l'hai dentro, ti deve appartenere ed è una fortuna.”

 

Hai lavorato con moltissime aziende, occupandoti di progetti radicalmente diversi tra loro, dall’illuminazione, ai radiatori, al settore bagno. Quale collaborazione ti rende più orgoglioso? C’è un progetto a cui sei particolarmente affezionato?

“Ogni progetto è a suo modo un figlio generato, per cui non vi sono grandi distinzioni, almeno non riesco a farle. La maggiore affezione ad uno o all'altro è un sentimento passeggero che appartiene più alle fasi di concezione e sviluppo; quando poi diventano prodotti, in qualche modo non mi appartengono più, il mercato li governa e oramai hanno in qualche modo una loro vita. Vi sono però tipologie di progetti a cui tengo in maniera particolare per molti motivi. Le installazioni, i lavori che non hanno un fine commerciale ma di branding, che devono muovere emozioni e servono per  segnare il percorso dei clienti. A Marmomacc (Fiera Internazionale di marmo, design e tecnologia, ndr), per un produttore di marmi ho realizzato in due anni successivi due stand/installazioni di grande impatto emotivo e visivo che sono la traccia prima di quello che vorrei fare da grande.”

 

Prodotti diversi, committenze differenziate. C’è un tratto costante, un’ispirazione, un’idea che accomuna le tue creazioni? Qual è secondo te la firma distintiva di Davide Vercelli?

“Forse ne ho accennato prima: una predominanza della funzione rispetto alla forma. La frase famosa coniata da Louis Sullivan (architetto statunitense, padre del Movimento Moderno, ndr),“Form follows function”, indica alla perfezione il mio modo di leggere ed interpretare i prodotti. Vedo d'abitudine prima l'aspetto funzionale, fruitivo e materico, il resto con naturalezza si sviluppa dopo e di conseguenza.

Laddove mi è concesso, poi, colloquio con i materiali naturali, grezzi se possibile, perché amo la mancanza di intermediazioni, amo il modo in cui assorbono la luce, risuonano se colpiti, e la sensazione tattile che rimandano.”

 

 

Parliamo del rapporto tra design e tecnologia. A tuo parere, lo sviluppo di nuovi sistemi e nuovi mezzi tecnologici è un rischio o una risorsa?

“Una risorsa pazzesca, non vorrei dire l'unica ma sicuramente la più interessante. Al Moma, sezione Design e Architettura, da qualche tempo sono esposti mattoni ed altri prodotti  in cui microorganismi (muffe, batteri) interagiscono per dare informazioni, crescere e creare  nuovi materiali. La biologia, la biologia sintetica, potrebbe essere quindi il campo più avanzato in cui lavorare con il design. A patto di poter interpretare diversamente la parola design e forse anche di rivedere il nostro concetto di bellezza.”

 

Nel corso della tua carriera hai ricevuto molti premi, anche a livello internazionale. Che cosa hanno significato per te questi riconoscimenti? E’ cambiato qualcosa nel tuo modo di lavorare e rapportarti al cliente?

“Sono stati tutti una grande gioia perché rappresentano una conferma di un pubblico colto alle idee ed ai concetti che mi hanno animato nel lavoro. Una giuria composta da una selezione di esperti che sceglie un tuo progetto è di suo una vittoria ed un episodio che garantisce visibilità ed autostima. Il lavoro del designer è un lavoro difficile, in cui occorre convincere committenti e pubblico della bontà delle proprie idee, in cui ci si mette spesso, sempre, in discussione. I premi, oltre che il successo commerciale, sono il segno esplicito della bontà delle proprie scelte.”

 

Hai avuto modo di sperimentarti come visiting professor in ambito universitario, per esempio presso lo IED e il Politecnico di Milano. E’ un’esperienza che ti ha arricchito? Che consiglio daresti a un giovane che punti a diventare un designer di domani?

“Insegnare e rapportarsi con i ragazzi è sempre un'esperienza formante e positiva. Da un lato il piacere di aver contribuito alla loro formazione umana e culturale; dall'altro essi stessi sono spesso fonte di energia, e di nuove visioni. Li analizzo, studio le loro dinamiche, i loro comportamenti, ed imparo anch'io.

Il consiglio è di non demordere; oggi molto più che in passato è complesso trovare lavoro, le aziende in relazione alla crisi  economica si sono spesso chiuse in sé stesse limitando gli investimenti  in ricerca ed innovazione. I primi a subirne le conseguenze siamo noi. Il mondo del design, lo abbiamo visto prima, ha grandi spazi, diversi da quelli tradizionali, ma altrettanto densi di opportunità e soddisfazioni. Sondate quegli spazi ed appropriatevene.”

 

Quali sono secondo te le grandi tendenze design che segneranno il prossimo futuro? Che cosa ci aspetta?

“Ne abbiamo parlato poc'anzi, vedremo un ampliamento dell'ambito di lavoro dei designer che potranno sconfinare in territori che per ora pochi immaginano. Occorre inoltre una maggiore coscienza ambientale, il mondo ha capacità finite e da oltre trent'anni stiamo usando più di quanto il laboratorio terra riesca a produrre. É un conto che prima o poi qualcuno ci presenterà. Meglio saperlo e lavorare per ridurre l'impatto ambientale di prodotti e di processi, per smaterializzare gli oggetti, per pensare a macchine (nel senso lato del termine) che non cambieremo mai ma che potranno subire upgrade tecnologici ed estetici, piuttosto che pensare all'ennesima bella sedia.”

 

Tu invece a che cosa stai lavorando? Quali sono i tuoi prossimi progetti, nel medio e lungo periodo?

“Sono impegnato su molti fronti, seguo la direzione artistica di due aziende del settore bagno: Fima ed Hom. Per loro mi occupo dello sviluppo dei prodotti, degli stand, dei cataloghi, dell'immagine in generale. Sei mesi li impegno per progettare e curare una grande mostra che da tre anni seguo a Cersaie, che oramai occupa un'area di 2.500 metri quadri e coinvolge circa 60 aziende molto trasversali tra di loro. Quest'anno il tema sono i porti e la navigazione e si chiamerà Cer Sail.

Ho il desiderio di terminare e presentare una serie di progetti che non riguardano i prodotti ma sono installazioni in cui l'utente vive esperienze sensoriali varie. Sono perlopiù progetti molto complessi ed impegnativi che richiedono grande dispendio di energie e di tempo, ma a cui tengo molto. E’ un’evoluzione ludica ed artistica del mio lavoro che vivo come un naturale completamento del mio percorso, legata ad altre dinamiche a cui non sono avvezzo e anche per questo molto affascinante.”

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