Intervista esclusiva a Giacomo Moor: il legno, il design, il futuro Intervista esclusiva a Giacomo Moor: il legno, il design, il futuro
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Intervista esclusiva a Giacomo Moor: il legno, il design, il futuro

Scritto da Giulia Guerra |

25 Maggio 2016

Classe 1981, milanese e un nome che nel mondo del design italiano e internazionale è sinonimo di qualità e creatività. Tutto questo, e molto di più, è Giacomo Moor.

Laureato al Politecnico di Milano con una tesi sul legno, prosegue i suoi studi lavorando presso una bottega artigiana, dove impara il mestiere di falegname. Nel 2011 fonda lo Studio GM, dove la coabitazione tra designer e artigiani rende possibile la realizzazione di vari progetti, da quelli più ridotti in cui la qualità dei complementi d’arredo e delle piccole serie si fonda sulla perizia manuale del designer, fino ai grandi sistemi d’arredamento per abitazioni e uffici.

Dopo il grande successo riscosso nei mesi scorsi prima alla Design Days di Dubai e, poi, al Salone del Mobile di Milano, noi di Matrix4Design lo abbiamo intervistato.

 

Partiamo dall’essenza, e cioè da una materia, il legno.  La ricerca, lo studio dei metodi di lavorazione, la conoscenza profonda delle qualità intrinseche dell’elemento: da dove nasce la passione per questo materiale?

“La passione per questo materiale è nata durante gli anni universitari al Politecnico, durante i quali lavoravo in una bottega. Il connubio design e produzione mi ha subito affascinato. Il legno è un materiale facile da usare e da reperire, bastano anche pochi utensili e molta dedizione per iniziare a fare qualcosa. A seconda delle aree geografiche ha un colore, un odore e un disegno diverso. Può essere curvato, tornito, sezionato…Una vita non basta per arrivare a conoscerne tutti i segreti.”

 

Soffermiamoci proprio su questo: ti sei laureato al Politecnico di Milano, ma hai anche voluto sporcarti le mani e “andare a bottega” per imparare il mestiere di falegname. Che cosa ti ha dato in più questa esperienza eminentemente pratica?

“Conoscere le lavorazioni ma soprattutto i limiti di un materiale è imprescindibile per riuscire a progettare bene. L’università riesce a darti una buona preparazione generale ed alimentare una passione già esistente, ma le variabili di un lavoro e di una committenza sono un’altra cosa. Disegnare un prodotto di design per me vuol dire soprattutto sapere come verrà realizzato.”

 

La filosofia del tuo studio si basa sul principio d’interazione tra designer e artigiani, perché mettano in circolo le loro competenze: quanto è importante per te avere la possibilità di seguire da vicino tutta la filiera produttiva?  E’ fondamentale il confronto tra colui che immagina l’opera e colui che concretamente la realizza?

“Quello che contraddistingue il mio studio è che all’interno della stessa struttura convivono due fasi che non sempre vengono gestite insieme: la fase di ideazione, e quindi di progettazione, e la fase di realizzazione, ovvero la traduzione di quello che si è disegnato. La maggior parte dei miei clienti sono privati, collezionisti o persone che vogliono qualcosa di disegnato e realizzato ad hoc. Il confronto tra chi progetta e chi realizza è fondamentale ed è attraverso questo confronto che il prodotto migliora.”

 

Confronto con l’artigiano, ma anche con il cliente. Credi che designer e committente debbano stabilire un rapporto stretto? In che misura il creativo deve adeguarsi alle esigenze altrui e/o conservare il proprio spazio di libertà?

“Nel mio lavoro il rapporto con il committente è speciale ed interessante perchè cambia sempre; spesso la chiave di un lavoro la trovo proprio dagli scambi di battute iniziali con il committente. Libertà di progetto è adeguare il proprio linguaggio ad una particolare richiesta/necessità del cliente.”

 

Lavori in Italia, ma anche all’estero. Secondo te, il design e l’artigianalità Made in Italy mantengono ancora una posizione di primato a livello internazionale? L’italianità di un prodotto è ancora un valore aggiunto oppure tutto dipende dall’abilità del singolo creativo?

“Si, il settore design, che comprende i progettisti, i dirigenti, i tecnici, gli artigiani ecc, in Italia fortunatamente ha ancora un ruolo importante. Il saper fare e le tecniche di produzione, siano esse artigianali o industriali, a volte richiedono tempo,  un ambiente specifico, e in questo caso si parla di artigianato locale, di maestrie regionali, territoriali. Mettere insieme questo know-how con la capacità creativa di un progettista è la miscela che ha dato vita al cosiddetto Made in Italy.”

 

La tua collezione Palafitte è stata di recente esposta a Parigi presso la Galleria Bensimon. Che opinione hai della contaminazione tra arte e design? C’è ancora una differenza tra i due comparti o i confini sono ormai sempre più sfumati?

“C’è una grande differenza tra un prodotto di design e un prodotto di art design, come c’è ancora moltissima differenza tra un pezzo d’arte e uno di art design, tuttavia quello che sta dietro l’ideazione e la realizzazione di un oggetto, di design o di arte, è molto simile. Credo fermamente che dietro ogni processo creativo ci siano una serie di ingredienti molto precisi e rigorosi che, se ben dosati, portino alla nascita di un prodotto-collezione. Oggi ci sono molti designer in grado di progettare prodotti per il mercato industriale e pensare pezzi unici per il mercato dell’art design, alla base di questi due processi c’è l’intenzione di sperimentare, di ricercare nuovi linguaggi, nuove forme, che nel primo caso sono molto spesso vincolati alle esigenze aziendali e nel secondo invece sono figlie di un percorso più personale.”

 

 

Con la panca “Doppietta” hai appena partecipato ai Design Days di Dubai, città simbolo dell’opulenza. Eppure “Doppietta”, in legno e ferro, è l’emblema della semplicità del tuo lavoro. Che cosa è per te il lusso oggi? Che cosa rende davvero prezioso un oggetto di design?

“Il pregiudizio che nei paesi arabi si apprezzino solo mobili in oro, marmo o pietre preziose c’è, ma è infondato; negli ultimi anni si sono avvicinati molto al design europeo. La fiera di design di Dubai diretta da Cyril Zammit ogni anno riesce a convogliare gallerie e intenditori da tutto il mondo con un’offerta ampia e di ampio respiro. Sono molto attenti all’artefatto, a come esso è stato realizzato, ai suoi materiali alle sue finiture e anche alla sua storia. All’indomani della fiera proprio le galleriste di Camp Design Gallery, Beatrice Bianco e Valentina Lucio, ci raccontarono come la panca Doppietta avesse suscitato molto interesse, per il legno e la sua storia, un prodotto definito scultoreo dai molti, ma con una sua funzione anche se solo suggerita.”

 

Sei nato nel 1981, fai parte della nuova generazione di creativi che stanno via via emergendo in questi anni. Quali sono, secondo te, i nomi che dobbiamo tenere d’occhio, in Italia e all’estero?

“In Italia Vittorio Venezia e Ilaria Bianchi, che collabora già con il mio studio su alcuni progetti. All’estero Sebastian Errazuriz, designer cileno che ha base a new York, e in Francia Benjamin Graindorge.”

 

 

Guardiamo per un attimo al futuro. A tuo parere che direzione prenderà il mondo del design nei prossimi cinque/dieci anni? Quali sono le tendenze principali? Che cambiamenti ci aspettano?

"Alcuni cambiamenti sono già in corso. Auspico che il grande pubblico conosca e riesca a definire i vari settori del design, ma soprattutto che i grandi marchi tornino a fare ricerca e ad avere un’autonomia di linguaggio che permetta di distinguere chiaramente un’azienda dall’altra".

 

Per chiudere, quali sono i tuoi prossimi progetti nel breve e lungo termine? Qual è il tuo prossimo obiettivo?

"Consolidare i tre settori del mio studio: interni, prodotti aziendali e collezioni per l’art design. I miei prossimi progetti: una nuova collezione per una galleria, una famiglia di lampade e dei prodotti per diverse aziende".

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