Intervista esclusiva a Rodrigo Rodriquez: così l’innovazione ha guidato la mia vita Intervista esclusiva a Rodrigo Rodriquez: così l’innovazione ha guidato la mia vita
Design

Intervista esclusiva a Rodrigo Rodriquez: così l’innovazione ha guidato la mia vita

Scritto da Redazione |

13 Luglio 2016

Non basterebbe un’esistenza intera per ripercorrere le tappe della carriera di Rodrigo Rodriquez, grande imprenditore del design italiano, oggi Presidente di Material ConneXion Italia, licenziataria del più importante network internazionale di ricerca e consulenza per i materiali, l’innovazione e la sostenibilità. Eppure, oltre alla grande esperienza dirigenziale in Cassina, non possiamo fare a meno di ricordare gli incarichi più significativi:

  • dal 1980 al 1986, presidente Commissione Rapporti Sindacali Federlegno-Arredo
  • dal 1982 al 1986, e dal 1991 ad oggi, presidente Commissione 
Sindacale dell’UEA, Union Européenne de l’Ameublement
  • dal 1986 al 1991, presidente UEA
  • dal 1990 al 1993, presidente del Comitato consultivo alla Commssione CEE per la Direttiva Tutela Design Industriale
  • dal 1991 al 1993, vice presidente Giuri del Design, co-fondato da ADI e Confindustria
  • dal 1993 al 1995, presidente EIMU, Esposizione Italiana Mobili Ufficio, quello che oggi è il Salone Ufficio
  • dal 1995 al 1996, presidente FEMB Federation Européenne Meubles Bureau
  • dal 1998 al 2002, presidente, Federlegno-Arredo
  • dal 2001 al 2006, vice presidente vicario Fondazione Fiera Milano e membro del CdA di Sviluppo Sistema Fiera s.p.a.
  • dal 2003 ad oggi, membro del Comitato dei Probiviri di Confindustria.

 

Un’ascesa inarrestabile, un cammino sempre orientato verso il futuro, lungo il quale ogni passo ha rappresentato non solo una conquista personale ma anche, e soprattutto, un progresso per il grande e vitale universo del design. Del design di ieri, di oggi e di domani, di innovazione e anche di una speciale, essenziale “curiosità” abbiamo parlato proprio con Rodrigo Rodriquez. Ecco quello che ci ha detto.

 

Cominciamo dal presente. Le è stato appena assegnato il prestigioso premio Compasso d’Oro ADI alla carriera. Che cosa significa per lei questo riconoscimento?

“Constatare che il tuo ambiente ti stima fa piacere.  Ancor più quando sai che la Giuria, come in questo caso, è formata da persone serie e competenti. La motivazione mi ha particolarmente gratificato: chi… ha tagliato la stoffa e chi ha cucito l’abito si erano ben informati su quello che ho, nel tempo, tentato di fare; certo, forse qualcuno degli aggettivi poteva essere meno intenso… Ho particolarmente apprezzato il cortese gesto del Presidente ADI di volermi consegnare  lui personalmente il Compasso d’Oro.”

 

Il suo curriculum vanta ruoli dirigenziali in alcune delle più importanti realtà del design italiano, a partire dagli anni trascorsi in Cassina, un marchio che lei stesso ha contribuito a portare al successo. Che cosa ricorda di quell’esperienza? C’è un altro momento della sua vita lavorativa che ritiene decisivo o di cui va particolarmente orgoglioso?

“Ho avuto la fortuna di sposare la figlia del padrone…Lavorare in un’azienda condotta da imprenditori come Umberto e Cesare Cassina è stata un’esperienza esaltante.  Ho ritenuto perciò di accogliere i molti suggerimenti di farla raccontare (e in qualche pagina raccontarla io stesso) in un libro, pubblicato da Skira, con prefazione di Mario Bellini, e brevi postfazioni di Francesco Binfaré, Andrea Branzi, Paolo Deganello e Gaetano Pesce. Mi permetta di non rispondere direttamente alla Sua opportuna domanda, e, invece, rinviare a quel libro, dal titolo “L’indiscreto fascino del design – breve storia del design italiano dell’arredamento attraverso le esperienze di un imprenditore”, che, tra l’altro, descrive il passaggio da un’azienda la cui gestione si fonda sulla legittimazione che scaturisce dalla proprietà ad una che si fonda ANCHE su competenti professionalità. Aggiungo che grazie al prestigio di cui la Cassina godeva nel mondo dell’arredo, ho potuto avere responsabilità associative, di cui sono orgoglioso. Colgo l’occasione per richiamare l’attenzione sul generoso contributo che, distogliendo parte del tempo e delle energie dalla propria azienda a favore della promozione del proprio settore o della associazione cui aderiscono, è dato dai molti  “imprenditori associativi".

 

Oggi è Presidente di Material ConneXion Italia, un’azienda dalla vocazione fortemente innovativa. Che cosa può dirci di questa nuova fase della sua carriera?

“Il filo conduttore che collega i ruoli che ho ricoperto nel tempo è l’interesse per l’innovazione. Mi sono impegnato in Material ConneXion Italia perché ho creduto nel potenziale di quella business idea, nella crescente importanza che materiali innovativi hanno nella produzione di beni di consumo durevoli. La missione di Material ConneXion, così come fu concepita da George Beylerian negli anni ’90, e come noi, licenziatari italiani, la interpretiamo, è contribuire all’innovazione operata dalle piccole e medie imprese del nostro Paese, agendo come facilitatore proattivo del contatto tra chi offre materiali e processi innovativi e gli utilizzatori, dunque offrendo al mondo del progetto un accesso permanente ai materiali nuovi ed alle nuove soluzioni nell’uso dei materiali esistenti, con particolare attenzione a quelli sostenibili. Ciò avviene sia verso le aziende e i progettisti che sanno di averne bisogno, e talvolta, discretamente, anche verso quelle che non lo sanno ancora…”

 

Lavora da anni nel mondo del design, a stretto contatto con squadre di progettisti nazionali e internazionali. Secondo lei, qual è la situazione del design nell’epoca contemporanea? Pensa che l’Italia, anche tenendo conto del successo di manifestazioni di rilievo globale come il Salone del Mobile, rappresenti ancora un polo creativo d’eccellenza? Che cosa è necessario migliorare?

“Uno dei punti di forza del design italiano è che l’azienda italiana, anzi, l’imprenditore, “parla” il linguaggio del designer: non a caso designer stranieri lavorano volentieri in Italia perché qui, meglio che nel proprio Paese,  vedono valorizzato il potenziale del loro talento.

E questa compresenza di linguaggi e di “poetiche” diverse dà al design italiano, e quindi ai prodotti che lo incorporano, un vantaggio competitivo.

Se poi leggiamo i numeri degli studenti del Master offerto da Polidesign della Facoltà del Design di Milano, prendiamo coscienza della crescente italianità del design nel mondo: nei cinque anni dal 2011 al 2016 questi Master sono stati frequentati da 1.886 studenti, di cui 898 (48%) italiani, 453 (24%) stranieri, 515 (28 %) nei corsi tenuti da docenti italiani in Cina.

Lei ha giustamente citato il Salone del Mobile: venire a Milano per visitarlo, e per vedere e partecipare alla miriade di eventi, alcuni invero di grande qualità, di cui Milano vibra in quei giorni, è un rito obbligatorio per chiunque abbia interesse, commerciale o non commerciale, per l’arredamento e per il design in generale.

Quando, nell’Assemblea Generale dell’ICSID (International Council among Societies of Industrial Design ) tenutasi a Copenaghen nel settembre 2005, presentai la candidatura del Salone del Mobile ad essere promosso da Membro Associato a Membro Promozionale, misi in luce come questo nostro evento  esprima al meglio il ruolo ed il contributo che l’istituzione FIERA dà al proprio settore – i francesi direbbero “al mestiere” del proprio settore.

Per entrambe le utenze di riferimento – espositori e visitatori –una fiera non è soltanto un evento commerciale, un incontro tra domanda e offerta. Essa è anche:

  • confronto tra i prodotti, e dunque  stimolo alla concorrenza leale;
  • comunicazione dell’identità dell’impresa attraverso le belle architetture effimere degli stand;
  • soprattutto per le piccole imprese, raccolta di ordini: per alcune di esse, sino al 40% del fatturato annuo;
  • scambio di esperienze tra operatori;
  • comprensione dei megatrend che influiranno sulla domanda futura;
  • occasione per concludere accordi e costruire alleanze:
  • risposta all’esigenza, sempre più sentita, di comunicazione, formazione ed informazione: donde l’importanza assunta da congressi, convegni, seminari;
  • eventi collaterali, anche in forme spettacolari, su temi che illustrano lo “stato dell’arte” del settore, le sue radici, i suoi valori;
  • vetrina dell’innovazione presente nei prodotti esposti; 
  • infine, per i settori del Made in Italy – quelli che informano il mondo circa la qualità della vita italiana e, così facendo, fanno evolvere i gusti e gli stili di vita, al servizio di quella che sopra ho definito “italianità” -  il design è una forza traente.   

 

Tocco ora il delicato accenno che Lei ha fatto circa “la situazione del design italiano”, citando un breve ma intenso scambio di idee con un designer inglese, che ovviamente lavora prevalentemente con aziende italiane, Ross Lovegrove. “Scusa, Rodrigo” mi ha domandato tempo fa, durante un incontro all’inaugurazione dello show-room a Londra di un’azienda italiana, dunque,  ciascuno con un bicchiere in mano, all’inglese, mi ha domandato “mi puoi spiegare perché il design italiano dell’arredamento non è più così autorevole, direi squillante, come negli anni ’70 – ‘90, quando c’erano personaggi come  ….”  e mi fa alcuni nomi. Mi appresto a rispondere, ma prima che io vi riesca, Ross grida “But, if the Italian design dies, we are lost!!!”

 

Secondo lei, qual è il cambiamento più significativo che il mondo del design si troverà ad affrontare nel prossimo futuro? Quali sfide attendono creativi e aziende di tutto il mondo?

“Do due risposte, ambedue riferite al design del prodotto. 

La prima ha a che fare con una gradualmente crescente modifica del punto di decollo del processo che dall’idea innovativa porta al prodotto: anni or sono - semplifico – il designer proponeva una propria idea, espressione del suo talento, della sua fantasia, della sua curiosità, portatrice dunque di un elevato coefficiente di innovazione; il mercato, che era ancora soprattutto un mercato influenzato dal produttore (in gergo, si parla di mercato del produttore e di mercato del consumatore) comprava. Oggi, gradualmente, aumenta l’attenzione a che l’innovazione risponda ai bisogni reali dei consumatori.  L’innovazione guidata dall’utilizzatore (user-driven innovation) insieme con l’innovazione guidata dalla domanda  (demand-driven innovation) sono i concetti di apertura del “Discussion paper” elaborato dall’unità D2 delle DG IMPRESA, della Commissione UE. In sintesi, si è più attenti a quel che il cliente, o, forse meglio, il fruitore desidera, o sta desiderando senza ancora accorgersene.

La seconda, e mi richiamo alla mia risposta alla terza domanda, è che l’azienda deve tener conto, nella scelta dei materiali e dei processi, offerti e possibili grazie alle nuove tecnologie che permetteranno la materializzazione delle idee innovative, di altri criteri quali la eco-sostenibilità ed il risparmio energetico. Il designer dovrà arricchire la propria conoscenza, direi la propria sensibilità, circa le caratteristiche prestazionali dei diversi materiali disponibili, cogliendone la loro fruibilità psicosensoriale. Il materiale può e deve essere messo al centro della strategia di impresa".

 

Quale consiglio si sente di dare ai giovani che sognano di intraprendere un’attività nel settore design? Su quali valori e competenze bisogna puntare? Che cosa chiede oggi il mercato?

"A queste  tre sue domande ho tentato di rispondere con le risposte precedenti. Qui aggiungo l’esortazione che Achille Castiglioni soleva dare ai suoi studenti: “se non sei curioso, lascia perdere”.

Diciamola in positivo: siate curiosi!".

 

Il suo prossimo obiettivo ?

"Il mio prossimo obiettivo? Continuare a fare quel che finora ho fatto, ma sforzandomi di fare meno errori".

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