Intervista esclusiva ad Alessandra Baldereschi: il mio design parla al cuore Intervista esclusiva ad Alessandra Baldereschi: il mio design parla al cuore
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Intervista esclusiva ad Alessandra Baldereschi: il mio design parla al cuore

Scritto da Giulia Guerra |

22 Giugno 2016

Empatia. Che sia una forza, un’ispirazione, un obiettivo, è lei, l’empatia, a guidare la mente e la mano di Alessandra Baldereschi, la designer italiana che ha fatto della poesia l’essenza di ogni creazione. Un senso della poesia che ha imparato in Giappone, durante un’esperienza di formazione che le ha insegnato la forza del gesto lieve, la grazia che anima tutte le cose. Così, nel suo lavoro, la delicatezza orientale ha trovato posto accanto al culto della bellezza e dell’arte italiane, esprimendosi in prodotti nati per emozionare e raccontarci una nuova quotidianità. Senza dimenticare la grande tradizione del passato, guardando al futuro con fiducia e curiosità. Dopo aver lavorato con alcune delle più importanti aziende di design, Seletti, Dilmos, Kitsch, solo per citarne alcune, dopo aver esposto le sue opere in gallerie e festival internazionali, dopo essere stata indicata da AD Spagna tra i dieci designer più influenti della nuova generazione, oggi Alessandra Baldereschi è più impegnata che mai, tra idee nuove, progetti e collezioni future. Ne abbiamo parlato con lei.

 

Cominciamo dai massimi sistemi. Il tempo: la dimensione più sfuggente in assoluto ma anche l’elemento capace più di ogni altro di segnare in profondità le nostre vite. Parlando del tuo lavoro, lo definisci uno strumento. Che cosa intendi? Quanto è importante per te l’ispirazione che viene dal passato? E’ sempre possibile conciliarla con la contemporaneità, o addirittura con il futuro? Come riesci a trovare il fil rouge che unisce ieri e oggi?

 

“Per me è importante creare empatia tra gli oggetti e le persone. Uso forme, materiali, dettagli o textures per evocare una sensazione di familiarità. Spesso la mia ispirazione proviene da oggetti del passato, entrati nella nostra cultura e diventati parte di una memoria comune, proviene dai ricordi della mia infanzia, le case in cui ho vissuto, le storie lette e raccontate.

Mi piace unire epoche diverse in unico oggetto, talvolta utilizzando forme o dettagli appartenenti ad epoche passate ma realizzati con le più innovative tecnologie a disposizione, come ad esempio la collezione VanGogh per Fermob, azienda francese leader nell’arredo outdoor. In questo caso mi sono ispirata alla classica sedia in legno con sedile in paglia, che ogni tanto scovi in qualche mercatino o in vecchie osterie. La particolarità della collezione è nella seduta, realizzata con polimero morbido in materiale riciclato e resistente.

Ho cercato, con la mia interpretazione, di restituire non solo la forma funzionale di una sedia e di un tavolo, ma il loro ricordo, l’immagine che ne conservo".

 

 

Un altro aspetto che colpisce delle tue creazioni è la loro innata capacità di raccontare storie, come se non si trattasse di semplici oggetti ma essi contenessero in sé un vero e proprio mondo, in un’atmosfera quasi da fiaba. Pensiamo all’acquario Giona, per esempio, o anche alla recentissima collezione “Rami”.  Da dove arrivano queste suggestioni? Un’opera di design racconta qualcosa di chi l’ha creata? E’ importante che trasmetta un messaggio anche a chi la ammira, e magari la compra? Quanto conta la componente emotiva?

 

“Per formazione e attitudine ho un punto di vista più emotivo che razionale su ciò che mi circonda. Pertanto mi colpiscono gli oggetti capaci di entrare in contatto con la mia parte sensibile e ogni volta che affronto un nuovo progetto, oltre alla funzione dell’oggetto, cerco di rendere visibile anche la parte emotiva. Come dice Arturo dell’Acqua Bellavitis: - Si è passati dal mondo delle necessità a quello dei desideri: gli oggetti che ci circonderanno dovranno saper parlare alla nostra razionalità ma ancor più al nostro cuore".

 

 

Un tema che torna spesso nei tuoi lavori è quello della natura. Motivi floreali, immagini boschive, addirittura materiali organici, come il muschio, le foglie, le erbe palustri. Quanto è importante per te il dialogo con l’ambiente nello sviluppo del processo creativo? Che rapporto credi debba stabilirsi tra l’attività del designer, i suoi prodotti, e le questioni legate alla sostenibilità ambientale? Pensi che il design abbia in questo senso un ruolo, una responsabilità?

 

Per me il dialogo con l’ambiente ed il territorio è molto importante e può creare un’occasione di progetto. Citando l’erba palustre, mi inviti a raccontarvi il progetto degli sgabelli Donut per Mogg. L’Azienda Mogg, giovane realtà dinamica e in crescita, ha sede in Brianza. Da una ricerca, scopro che una volta era un territorio paludoso, bonificato successivamente dopo la guerra, ed adatto alla crescita dell’erba palustre. Per questo motivo si erano sviluppate molte aziende artigianali di impagliatori, ora quasi totalmente scomparse. Ho deciso, quindi, di utilizzare questa capacità tipica del territorio, provando a farla rivivere. La collezione di sgabelli, infatti, è costituita da una seduta intrecciata con la paglia su una base morbida.

Negli ultimi 20 anni abbiamo visto scomparire gran parte della piccola industria artigiana che rappresentava il saper fare italiano, rendeva i nostri prodotti riconoscibili perché ben realizzati, e il design italiano rappresentava l'eccellenza nel mondo. Con la chiusura di molte di queste realtà si sono perse tutte quelle capacità legate alle tradizioni locali specifiche di ciascun territorio o regione. E' evidente che bisogna correre ai ripari e recuperare ciò che è rimasto. Ci sono segnali positivi in questa direzione come mostre, centri di ricerca, workshop di progetto sul territorio mirati a sviluppare le potenzialità di un dato materiale, tipico della zona. Il design, riappropriandosi delle competenze artigianali, può suggerire nuove aree di sviluppo. E' un processo già in atto e sono ottimista per il futuro".

 

Ad un certo punto del tuo percorso, dopo una prima fase di formazione svolta in Italia, parti per il Giappone, dove sviluppi nuovi progetti. Che cosa hai imparato dalla cultura giapponese? Che impatto ha avuto il contatto con l’Oriente sulla tua visione del design? Al contrario, che cosa ti hanno dato le tue radici italiane? Hanno influenzato o influenzano il tuo lavoro? In che modo?

 

“In Giappone ho imparato che la forza può essere espressa con gesti lievi e ho imparato a perseguire la ricerca per la poesia nelle cose di tutti i giorni. Le mie radici italiane, naturalmente, mi hanno donato la passione per l’arte, l’architettura e il design".

 

Per te sperimentare significa anche lavorare sulla decorazione. Secondo te, quanto è sottile la linea che separa l’eleganza decorativa dal rischio di cadere nel kitsch? Come trovi il perfetto punto di equilibrio? In che misura la decorazione può davvero arricchire un oggetto?

 

“Indimenticabile una frase di A. Mendini a questo proposito: -La decorazione è il romanzo scritto sulle cose- . La storia dell’arte e della civiltà ci insegna che il decoro ha accompagnato tutta l’evoluzione umana, il decoro toglie l’oggetto dall’anonimato e lo caratterizza con un segno. Per me, questo “segno” deve conferire all’oggetto personalità ma senza diventare invadente o aggressivo, deve contenere un’ispirazione ma senza eccessi".

 

Tecnologia, ma anche artigianalità. Due componenti apparentemente antitetiche, che in realtà nel tuo lavoro si sposano alla perfezione. Come riesci a conciliarle? In un mondo dove l’innovazione è sempre più rapida e profonda, quanto è importante per te conservare il tocco umano, l’attività manuale? Qual è il valore aggiunto di una lavorazione hand made?

 

“Il valore del “fatto a mano” rende l’oggetto più vicino ad un manufatto artistico, ad una scultura, perché unico e irripetibile. Per me, un oggetto realizzato manualmente, anche se solo in parte, si connota subito di un’anima, si scalda e diviene più umano".

 

Parliamo di rapporti con l’industria, con le grandi aziende del design, con la committenza. Hai mai l’impressione che la tua libertà creativa sia in qualche modo limitata dalle esigenze produttive o dalle necessità del cliente? A questo proposito, nei tuoi lavori preferisci dare importanza al valore estetico o privilegi la funzionalità?

 

“Quando si lavora con l’industria, spesso le esigenze produttive e le necessità del cliente sono l’incentivo del progetto, lo stimolo all’idea; non le considero un limite ma una motivazione. Per quanto riguarda il rapporto tra l’estetica e la funzione, le percentuali sono sempre variabili, dipende dall’idea, dal cliente e dal comune intento. Ma un oggetto contemplativo, non ha anch’esso una funzione?”.

 

Che cos’è per te la bellezza?

 

“La bellezza è un insieme di cose e comprende la grazia, l’equilibrio, la delicatezza, l’eleganza, l’armonia…”.

 

Infine, veniamo al futuro. Quali sono i tuoi ultimi progetti? A che cosa stai lavorando? Che traguardi ti aspettano?

 

“In questo periodo in Studio ci sono diversi progetti in fase di sviluppo: alcuni sono un ampliamento delle collezioni presentate durante lo scorso Salone del Mobile e altri, invece, sono totalmente nuovi come una serie di arredi per bimbi, collezioni di lampade in vetro e una linea completa di porcellane e vetri per la tavola.

A settembre, in occasione dell’evento Dimore Design di Bergamo, realizzerò un’installazione presso Palazzo Agliardi, una villa storica bellissima, in cui il mio lavoro dialogherà con gli arredi antichi della dimora".

Alessandra Baldereschi 2012 from

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