L’innovazione, la tradizione e l’anima: Alessandro Zambelli racconta il suo design L’innovazione, la tradizione e l’anima: Alessandro Zambelli racconta il suo design
Design

L’innovazione, la tradizione e l’anima: Alessandro Zambelli racconta il suo design

Scritto da Giulia Guerra |

28 Giugno 2017

Mantovano per nascita e per passione, Alessandro Zambelli, specializzato in Disegno Industriale e Tecnica dei Materiali presso la Fondazione Cova e fondatore di alessandro zambelli design studio, è prima di tutto un cercatore d’anime: quelle anime che lui stesso sa individuare e infondere negli oggetti che crea, in equilibrio tra il potenziale inesplorato delle nuove tecnologie e la memoria della tradizione. Collaborazioni prestigiose segnano le tappe della sua carriera: da Agape a Seletti, da Swarowski a Skitsch, Portego e JCP, ogni progetto ha rappresentato la sfida di un’evoluzione e il piacere di una scoperta, ma anche successi autentici e riconosciuti. È il caso per esempio della collezione Afillia per .exnovo che, dopo l’inserimento nell’ADI Design Index 2014, riceve il Premio per l’Innovazione ADI, per poi essere selezionata tra i vincitori dell’Interior Innovation Award 2015. A distanza di qualche anno da quel traguardo, gli abbiamo chiesto di svelarci i segreti del suo lavoro e le novità che lo aspettano: ecco quello che ci ha raccontato.

 

Scorrendo la sua biografia si legge di lei: «non vive mai il suo lavoro come puro esercizio di stile: pensa sia indispensabile che ogni oggetto sia illuminato da un’anima». Qual è secondo lei l’anima degli oggetti? Come la descriverebbe e come sceglie di darle forma ogni giorno con il suo lavoro?

“Quando progetto mi viene spontaneo inserire ogni volta concetti o situazioni che mi sono particolarmente familiari, rimandi che mi fanno sentire a mio agio guardando l'oggetto che sto disegnando, gesti molto semplici o sensazioni che ognuno di noi può percepire: è questo, in sintesi, che intendo come anima degli oggetti, ed è in questo modo che cerco di dargli forma ogni giorno con il mio lavoro.”

 

Nel corso della sua carriera ha collaborato con importanti aziende del settore, da Agape a Seletti, da Exnovo a Portego, solo per citarne alcune, ricevendo importanti premi. Quanto è difficile (o stimolante) per un designer adattare la propria creatività immaginifica all’identità di un’azienda e ai ritmi necessari della produzione industriale?

“In realtà non ci sono strade predefinite e molto dipende dall’impostazione dell’azienda e dalle affinità personali che si possono sviluppare. Normalmente mi piace avere un brief ben articolato: può apparire inizialmente un limite per la propria creatività, ma contemporaneamente ti permette di avere le idee molto chiare su cosa vuole l’azienda e concentrarti di conseguenza sul progetto. Nella mia collaborazione con JCP ho invece sperimentato un’esperienza completamente opposta, in cui ho potuto ideare degli oggetti lontani da ogni norma progettuale, in completa autonomia: ideare in totale libertà di pensiero è estremamente difficile; diventa tuttavia entusiasmante quando si approda ad una dimensione nuova in cui forma e funzione sono espressi attraverso un linguaggio totalmente inedito.”

 

Nel corso del processo creativo quanto è importante per lei il fattore innovazione in rapporto alla memoria del passato? Il design può nascere dall’equilibrio tra tecnologia e tradizione o una prevale sempre sull’altra?

“Innovazione e memoria del passato sono una chiave di lettura fondamentale dei miei progetti: mi piace pensare di riuscire a mettere l’innovazione tecnologica a disposizione delle persone, attraverso oggetti funzionali e al tempo stesso fuori dagli schemi, che racchiudano in sé elementi della tradizione rielaborati e reinterpretati in modo che possano appartenere a tutti. Nel mio modo di concepire il design cerco sempre di considerare la tecnologia al servizio dell’artigianato per arrivare a creare soluzioni uniche, in grado di esaltare la bellezza di entrambi questi aspetti e che soprattutto non potrebbero essere raggiunte con altre strade.”

 

Lei vive e lavora a Mantova, dove ha sede il suo laboratorio. La scelta di una realtà di provincia come quartier generale ha per lei un significato particolare? Quanto è decisivo per il suo lavoro il radicamento sul territorio, anche qualora la prospettiva di mercato sia internazionale?

“Dopo alcuni anni a Milano ho deciso di tornare nel luogo in cui sono cresciuto per i ritmi diversi che si respirano e per lo straordinario patrimonio di tradizioni, oltre che per mettere un po’ di tutto questo nei miei prodotti, quasi fosse una missione. La mia terra entra fortemente nei miei pensieri e nelle mie abitudini e, di conseguenza, nei miei progetti; in questo senso credo che ogni progettista dovrebbe conservare e alimentare un lato “autoctono”, legato alle proprie tradizioni locali: l'Italia è un tesoro in ogni suo angolo.

Il primo passo per me è essere ben radicati al proprio territorio – oppure a quello che diventa la propria fonte di ispirazione autentica –, perché solo in questo modo la prospettiva internazionale diventa una vera conquista, senza correre il rischio di venirne travolti.”

 

Quali progetti vede nel suo futuro? Ci può dare qualche anticipazione sulle sfide che l’attendono?

“Ho in cantiere alcuni progetti di illuminazione realizzati per aziende italiane e una sperimentazione personale sui materiali. Spero di riuscire a svelarvi presto maggiori informazioni anche in merito a queste attività!”

 

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