Nel quartiere Te Brunetti di Mantova, a pochi passi dal celebre Palazzo Te, un’arteria stradale di 850 metri è stata protagonista di una metamorfosi inattesa. Il progetto Amadei Garden Street, nato dalla collaborazione tra gli studi STUDIOSPAZIO e Openfabric, ha trasformato un tradizionale asse di scorrimento in un “parco stradale continuo”, dove natura e mobilità convivono in un equilibrio inedito.

Via Amadei era, fin dagli anni Trenta, un rettilineo di 14 metri di larghezza, progressivamente soffocato dal traffico veloce che ne aveva compromesso la vivibilità. L’intervento ha scardinato questa linearità: attraverso una depavimentazione che ha ridotto le superfici asfaltate del 45%, la carreggiata è stata riconfigurata in un tracciato sinuoso e frammentato. Qui, il limite di velocità di 30 km/h non è un semplice obbligo cartellonistico, ma il risultato naturale di un design che alterna chicane, marciapiedi porosi e ampie aree verdi che rallentano il flusso veicolare in modo organico.

L’elemento distintivo del progetto è l’approccio botanico lussureggiante. I progettisti si sono ispirati alla ricca biodiversità dei piccoli giardini privati che costeggiano la via, estendendone il carattere domestico nello spazio pubblico. Il risultato è un paesaggio collettivo composto da oltre cinquanta specie provenienti da cinque continenti, che trasforma la strada in un vero corridoio ecologico capace di migliorare il comfort climatico e la resilienza ambientale. Questo “verde cosmopolita” sfuma i confini tra pubblico e privato, permettendo ai circa 1.000 residenti di identificarsi in uno spazio collettivo percepito come proprio.

“Amadei Garden Street mostra come strategie semplici possano produrre risultati sociali complessi”, osserva Francesco Garofalo di Openfabric. Per Eugenio e Samuele Squassabia di STUDIOSPAZIO, l’opera mette in discussione i canoni delle strade suburbane, offrendo un nuovo modello di rigenerazione. Già parte del Piano del Verde della città di Mantova, il progetto si offre come un esempio concreto di come le infrastrutture ordinarie possano tornare a essere palcoscenici vitali della vita collettiva.
Foto di copertina © Stefano Di Corato


