Biennale Architettura 2018 - Arcipelago Italia: la parola al curatore Mario Cucinella Biennale Architettura 2018 - Arcipelago Italia: la parola al curatore Mario Cucinella
Architettura

Biennale Architettura 2018 - Arcipelago Italia: la parola al curatore Mario Cucinella

Scritto da Redazione |

05 Luglio 2018

Un’architettura che torni a parlare delle persone e con le persone, perché il contemporaneo ha senso solo se dialoga con il contesto, il territorio, la comunità, la storia. La filosofia che ha ispirato tutti i progetti elaborati dallo studio internazionale (con sede a Bologna) Mario Cucinella Architects fin dalla sua nascita nel 1992 è oggi diventata anche la base di partenza per Arcipelago Italia, la proposta selezionata per il Padiglione Italia in occasione della Biennale di Architettura di Venezia, curata quest’anno dallo studio irlandese Grafton Architects. Un viaggio attraverso la penisola italiana che mette a fuoco le sue aree più defilate ma non meno importanti, un tessuto unico e capillare che rappresenta il cuore pulsante dell’identità nazionale e che merita di essere esplorato e valorizzato come risorsa di sviluppo per il presente e per il futuro. Proprio su questo futuro, affinché diventi occasione autentica di rilancio, l’architettura può e deve avere il suo peso, come ha spiegato lo stesso curatore Mario Cucinella, a cui abbiamo chiesto di raccontare l’itinerario di Arcipelago Italia e l’insegnamento che possiamo trarne.

 

Arcipelago Italia, la proposta ideata per il Padiglione Italia alla Biennale di Architettura 2018, mira ad attirare l’attenzione sulle aree non metropolitane della penisola, spesso ritenute marginali eppure depositarie di uno straordinario patrimonio umano e culturale, che può e deve essere rilanciato. Come è nato il progetto? 

“La scelta del tema è stata fondamentale: dopo anni in cui si è parlato prima di città metropolitane e poi di periferie mancava un focus importante su un territorio che rappresenta circa il 60% d’Italia, le cosiddette ‘aree interne’. In realtà, nel nostro Paese, parlare di aree interne è difficile perché qui non ci sono grandi città metropolitane come Parigi o Londra, c’è piuttosto una fitta rete di piccole città che appunto per questo non costituiscono un’area marginale bensì di prossimità, essendo tutte molto vicine e tra loro collegate. Arcipelago Italia è dunque l’occasione per raccontare la storia tutta italiana di un rapporto città-territorio che nel nostro Paese si coltiva da secoli distinguendolo dalle altre nazioni.

Inoltre, abbiamo cercato di smentire quell’idea oggi molto diffusa per cui a crescere sarebbero solo le città: è vero certamente che aumentano le concentrazioni ma da questo punto di vista l’Italia rappresenta un modello in gran parte alternativo, rappresentato proprio dalle aree interne che abbiamo voluto valorizzare. A questo proposito ci sono molti aspetti interessanti: le piccole città d’Italia custodiscono il DNA del Paese sotto il profilo culturale ma non solo, in quanto esse rappresentano un tessuto economico importantissimo, legato a doppio filo con il territorio. Nelle città italiane, diversissime tra loro, cultura, economia, paesaggio, agricoltura sono interconnessi e ciò fa dell’Italia un modello per il mondo intero: basti pensare alla Cina, che ha deciso di limitare sempre più la crescita delle grandi città perché stanno diventando ingestibili in termini di sostenibilità. L’Italia può quindi rappresentare un modello da studiare per aree del globo dove si sta cominciando a parlare di città rurali o comunque più legate alle economie dei territori, magari grazie al rilancio dell’agricoltura e della piccola industria.

Per concludere, possiamo dire che l’idea sia stata quella di raccontare finalmente come siamo fatti noi in Italia al fine di presentarci come un esempio autentico per gli altri, anziché inseguire modelli di altro tipo che non ci appartengono: la nostra storia è unica e interessante, meritava di essere valorizzata.”

 

L’allestimento si configura come serie di itinerari molteplici attraverso l’Italia, in bilico tra passato e presente, storia del territorio e architettura contemporanea. Quali sono gli elementi più rilevanti emersi da questa analisi del panorama italiano, complessa sintesi di paesaggio naturale e intervento umano? 

“Partiamo dal presupposto che noi abbiamo fatto una grande call per chiedere agli architetti italiani di farci conoscere i loro interventi nelle aree interne: abbiamo così ricevuto 200 progetti che in effetti ci hanno dato un quadro piuttosto dettagliato di che cosa sia l’Italia delle aree interne in questo momento. Emerge un tessuto sociale che, nonostante le enormi difficoltà, di prende cura di questo territorio con interventi nei piccoli borghi, nelle piazze, nei belvedere, nei parchi, nelle strutture della piccola industria. In sostanza un Paese dove gli architetti si dedicano al territorio con impegno e rispetto.

Abbiamo quindi studiato un percorso che incrociasse sia le opere contemporanee sia i luoghi storici, con l’obiettivo di affermare che non bisogna avere paura della contemporaneità, specialmente in un Paese che negli ultimi anni ha guardato spesso con diffidenza l’architettura contemporanea. Dobbiamo ricordare infatti che nel tempo ci sono state tante contemporaneità e l’Italia è l’emblema di questo succedersi di opere medievali, rinascimentali, barocche, novecentesche e così via. Oggi è necessario proseguire in questo percorso di contemporaneità: a me non interessa sottolineare ancora gli errori di architetti autori di opere malfatte, voglio piuttosto concentrarmi sul lavoro di quegli studi che sono stati in grado di dare vita a opere misurate, magari meno scenografiche ma in sintonia con il contesto. Bisogna poi essere consapevoli che l’Italia non è l’Olanda, l’America o la Cina: l’Italia è un Paese storicizzato, con paesaggi antropizzati, un Paese che richiede architetti proiettati nella contemporaneità ma in grado di preservare il dialogo con la Storia.

Il messaggio vuole essere positivo: ci sono e ci devono essere progetti di architettura veramente utili per il Paese, che siano allo stesso tempo contemporanei. Arcipelago Italia è un viaggio nella penisola che vuole mostrare, attraverso interventi magari meno noti o meno celebrati a livello comunicativo, il lavoro di una generazione di architetti empatici, attenti al contesto in cui operano. Sono convinto che sia un messaggio importante da dare, soprattutto ai giovani: nel trionfo della comunicazione che diventa spesso illusione, bisogna far capire che essere architetti significa prima di tutto andare nei luoghi, conoscerli, studiarli, lavorare con la materia. Del resto, come dico sempre, gli architetti sono personaggi pericolosi perché possono fare cose meravigliose oppure danni di proporzioni enormi. È fondamentale quindi avere una profonda coscienza di questo ruolo, della sua tecnica, della sua etica, della sua concretezza: l’architettura non è soltanto comunicazione, immagine, rendering, forme strane degli edifici. Il nostro è un mestiere delicato, decisivo per la vita delle comunità e di conseguenza anche per il rilancio del Paese. Bisogna sapere quello che si fa.” 

 

Accanto all’aspetto descrittivo, Arcipelago Italia si distingue anche per una forte componente propositiva, rappresentata dai cinque progetti sperimentali messi a punto da un collettivo di architettura e destinati a cinque aree strategiche da riscattare. Quali sono secondo lei i valori fondamentali da cui i progettisti devono partire per avviare un autentico processo di recupero e rilancio di un territorio?

“Su questo tema non ci sono dubbi: gli architetti devono mettere in atto una rigorosa politica di ascolto. Devono recarsi nei luoghi e mettersi in ascolto delle persone, delle problematiche, del paesaggio, senza timore di realizzare un progetto anche imponente, forte, contemporaneo ma sempre e comunque nel contesto di una politica di ascolto: solo dopo è possibile fare delle proposte equilibrate. La partecipazione è importante e, benché certamente non ci si possa improvvisare architetti, è pur vero che noi facciamo un lavoro pubblico e ciò che realizziamo, anche se con committenza privata, rimane nel panorama comune, visibile a tutti, incide sul paesaggio urbano e naturale. Abbiamo una grande responsabilità. D’altro canto, ascoltare significa anche scoprire cose meravigliose, intercettare i sogni e i desideri delle persone, che devono tornare a pensare all’architettura come a una cosa utile in senso ampio: un’opera non è soltanto funzionale ma è fonte di valori e di bellezza nella vita quotidiana. È questa l’architettura che abbiamo cercato di raccontare esplorando le aree interne del nostro Paese, pur nelle grandi differenze che separano Nord e Sud: un’analisi che ci ha portato a individuare la necessità di attuare politiche strutturali per garantire servizi e sicurezza e scongiurare il fenomeno dell’abbandono dei centri abitati. La nostra non è una denuncia, è una chiamata a intervenire sulle immense potenzialità di questi territori per trasformarle in opportunità: l’architettura è essa stessa una risorsa di rilancio per il Paese.”

 

Allargando lo sguardo oltre il Padiglione Italia, il tema scelto dalle curatrici Grafton Architects per la Biennale di quest’anno è Freespace. A suo parere, che cosa significa oggi in Italia progettare uno “spazio libero”? Quale definizione vorrebbe dare di questo concetto se dovesse applicarlo al nostro Paese?

“Innanzitutto possiamo dire che il concetto di ‘spazio libero’ è stato sostanzialmente inventato da noi italiani: quando i centri medievali sono passati dall’epoca del feudalesimo a quella dei Comuni e del cittadino questa trasformazione si è concretizzata nella realizzazione di grandi piazze cittadine, autentici spazi di libertà e di scambio, pur circondati dagli edifici che rappresentavano il potere politico e religioso. Si tratta di una rappresentazione architettonica delle libertà democratiche, per cui non si costruisce più per se stessi ma per tutta la comunità. Freespace quindi è una lezione tutta italiana: le architetture delle città italiane hanno rappresentato gli istituti del potere ma al contempo hanno restituito agli abitanti degli spazi per incontrarsi, discutere, commerciare. Le nostre città nascono da questa idea, lo statuto di città coincide con lo statuto di libertà ed è questo il nostro insegnamento rivolto al mondo, dal momento che anche nelle campagne noi non abbiamo mai costituito villaggi rurali ma sempre città. Le nostre aree interne sono sempre aree urbane e le tante piccole città diffuse sono raccontate da Arcipelago Italia con un focus non solo sugli edifici pubblici in sé ma soprattutto sulla funzione della città in quanto tale, essendo essa stessa per natura il simbolo dello spazio libero.”

 

Alla luce delle suggestioni prodotte dal progetto Arcipelago Italia e dalla Biennale in generale, qual è secondo lei il messaggio che l’architettura invia oggi al mondo? Quali tendenze si stanno delineando per il futuro?

“Partirei dal messaggio rivolto agli architetti: prendiamoci cura delle nostre città con un mestiere fatto di concretezza e utilità, senza virtuosismi di maniera. L’architetto non deve essere un attore della vita pubblica ma piuttosto una figura tecnica e competente, che abbia ben chiara la responsabilità del suo ruolo.

D’altro canto, negli ultimi anni abbiamo assistito in architettura al trionfo dell’immagine, del rendering e della comunicazione, che si sono ben presto rivelati fonte di illusione e spesso di frustrazione: il mio auspicio è che si torni a lavorare sullo spazio fisico, sulla luce, sulle relazioni, insomma sugli elementi concreti del costruire. Il mondo digitale ci apre grandi possibilità ma non bisogna perdere il contatto con la realtà, bisogna tornare a occuparsi di edifici veri e su diverse scale: non conta soltanto progettare il grattacielo, anche gli spazi più ridotti, circoscritti sono importanti, dal negozio alla piazza essi contribuiscono in maniera decisiva alla qualità della vita delle persone. Anche questa è la lezione di Arcipelago Italia.”

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