Architettura

La sfida di S 2 ARCHITETTI per una nuova etica dell’architettura

Gennaio 24, 2022

scritto da:

La sfida di S 2 ARCHITETTI per una nuova etica dell’architettura

 

Sostenibile, etico, unico e irripetibile. Corrisponde a questa descrizione ogni progetto nato dalla matita di Alessandro Stroligo e Lisa Santin, che dopo una lunga e blasonata carriera nella progettazione architettonica hanno fondato lo studio S 2 ARCHITETTI (STROLIGO SANTIN ARCHITETTI), nato a metà tra la Svizzera e l’Italia ma fin dalle sue origini proiettato oltre qualunque confine. Con una missione: quella di costruire edifici a misura d’uomo, in grado di generare emozioni positive e di sintonizzarsi con l’identità di un luogo, valorizzandola senza stravolgerla. Così l’attenzione verso le esigenze dell’uomo e dell’ambiente si unisce ad uno stile contemporaneo, intriso di ispirazioni artistiche e letterarie, che testimonia come l’architettura non possa mai prescindere dalla cultura. Per saperne di più, abbiamo incontrato l’architetto Alessandro Stroligo. Ecco quello che ci ha raccontato.

Gli architetti Alessandro Stroligo e Lisa Santin

Come nasce l’esperienza di S 2 ARCHITETTI?

S 2 ARCHITETTI è un’esperienza che nasce dalla volontà mia e di mia moglie Lisa, entrambi architetti, di unire le nostre conoscenze professionali, maturate in contesti diversi ma complementari. Dopo gli studi universitari a Venezia con grandi maestri del calibro di Gino Valle, Aldo Rossi e Vittorio Gregotti, durante i quali ci siamo conosciuti, abbiamo infatti deciso di trasferirci a Londra, una scelta che definirei decisiva: Lisa ha cominciato a lavorare in un grosso studio specializzato nella progettazione residenziale mentre io sono approdato in un’importante società di progettazione internazionale che nel 2003 mi ha chiesto di trasferirmi nella nuova sede di Milano dove ho avuto un ruolo direzionale per 10 anni (2006-2016). Questa sede è cresciuta moltissimo in poco tempo (siamo passati da pochi architetti a più di 50 nel giro di soli cinque anni) arrivando a lavorare in oltre 20 Paesi e coltivando una clientela interessata ad un tipo di architettura in grado di sposare il pragmatismo inglese alla creatività italiana.

Nel 2016 però abbiamo sentito la forte esigenza di cambiare e di farlo cominciando dalla Svizzera, un Paese in cui entrambi avevamo poca esperienza professionale, pur essendo io anche cittadino svizzero. Si è trattato di un vero e proprio processo di rinascita personale e professionale: Lisa ed io abbiamo voluto fare tesoro delle nostre esperienze precedenti e immaginare per la prima volta un percorso comune, con clienti nuovi e in una scala più ridotta, tornando ad una dimensione più artigianale del progettare, più a misura d’uomo.

Nasce così S 2 ARCHITETTI, uno studio formato da persone che condividono la stessa etica e passione e fondato sulla convinzione che ogni progetto è unico e come tale va modellato sul cliente, sul contesto, come un abito di sartoria. A guidarci è la qualità di ogni progetto, che noi seguiamo in ogni sua parte.

La sostenibilità è uno dei valori cardine della vostra visione progettuale. Come la interpretate?

In modo ampio e complesso. Partendo dal nostro bagaglio di esperienze precedenti, che hanno contribuito a plasmare il nostro stile progettuale sobrio, ricercato, contemporaneo, negli ultimi anni abbiamo scelto di intraprendere un percorso di crescita personale e professionale che fa della sostenibilità intesa in senso olistico la base del costruire. L’idea è che occorra generare e trasmettere energia positiva, con la propria vita e con il proprio lavoro, prendendo le mosse dai principi dell’epigenetica e della fisica quantistica, secondo la quale tutto è energia. Ora, se quando incontriamo una persona noi percepiamo delle sensazioni, che possono essere positive o negative, lo stesso vale per ciò che ci trasmettono gli edifici, che devono essere progettati in maniera etica per creare in primo luogo contesti di positività.

Per realizzarsi, questa visione progettuale multidisciplinare e autenticamente sostenibile, in senso umano e ambientale, deve essere condivisa da tutte le parti in causa, dall’investitore ai progettisti, dai costruttori agli operai, e produce così tutta una serie di vantaggi sia strutturali che economici. La formula vincente sta nella capacità di creare una comunità di valori condivisi che, devo dire, oggi esiste e sta crescendo velocemente. Peraltro, lavorare tra Italia e Svizzera con questo approccio ci ha consentito di entrare in contatto con numerosi investitori, che hanno aderito al nostro modo di vedere l’architettura e ci hanno offerto grandi opportunità.

Progetto VivaCity, Treviglio.

Per esempio?

Un esempio può essere quello di VivaCity – Ex Baslini, un progetto molto importante nato a seguito di una condivisione di valori e obiettivi con il committente e che verrà realizzato a Treviglio sfruttando la posizione del lotto vicinissima alla stazione e quindi il rapido collegamento con il centro di Milano, che si raggiunge in soli 25 minuti. Il progetto, che coinvolge un’area precedentemente dismessa e abbandonata, prevede 550 nuovi appartamenti, con un centro direzionale, un albergo e un grande parco, e si rifà al concetto di una Smart City innovativa, dotata di una miriade di servizi pensati per i residenti e la comunità. Un altro intervento molto importante riguarderà invece la zona di Rogoredo a Milano, dove stiamo collaborando con un cliente già molto attivo nella realizzazione di abitazioni altamente performanti dal punto di vista energetico.

Progetto VivaCity, Treviglio.

L’Italia è pronta per un approccio progettuale di questo tipo?

Sebbene a lavorare in questo modo sia per il momento una minoranza, siamo convinti che la pandemia abbia portato ad una grande riflessione collettiva sul modo di vivere e di costruire: fermarci ci è servito per comprendere che occorre un cambiamento in una direzione più etica, finalizzato a progettare in favore delle persone, della società, del Pianeta. L’architetto ha un grande potere, quello di modificare la vita delle persone, di influenzarla per anni e anni, ed è una grande responsabilità. A noi oggi non importa lavorare necessariamente su larga scala, non sono i metri cubi che contano. A noi importa costruire in modo etico e consapevole, coinvolgendo tutti gli operatori in campo in un meccanismo positivo e virtuoso che cambia completamente la visuale di ciò che si fa.

Una visuale che nel vostro caso comprende anche l’arte, la musica e la letteratura, tra le principali fonti di ispirazione del vostro lavoro, perché “tutto è connesso”. Che cosa significa concretamente?

È un’idea che ha sempre a che fare con il concetto di personalizzazione e di rapporto diretto con il committente. In particolare, quando i progetti sono molto importanti, ci piace partire da un riferimento artistico e culturale per sviluppare poi lo storytelling del progetto.

È quello che è accaduto nel caso della progettazione di un complesso residenziale a Lugano, il cui concept di facciata è ispirato ad un’opera di Ad Reinhardt del 1962 che rappresenta essenzialmente dei quadrati monocromatici neri. La composizione della facciata lavora infatti su tre materiali: una kerlite nera di grandi dimensioni, le vetrate anch’esse leggermente virate sul nero e le tende avvolgibili delle logge in tessuto tecnico nero. Il complesso occupa uno degli ultimi lotti rimasti edificabili nel centro di Lugano, situato dietro il LAC, il museo di arte moderna della città, ed è caratterizzato da elementi angolari monolitici tagliati a 45 gradi, da grandi vetrate fisse e da finestre opache a filo facciata per l’aerazione. Una grande ricerca sulle tecnologie e sui materiali ci ha portato a scegliere per le zone di ingresso la tecnica di pressatura a freddo, utile a creare un effetto vedo-non-vedo che gioca sul contrasto della differente riflessione della luce sulle superfici ceramiche. Le masse scure vengono poi alleggerite grazie alla presenza di solette faccia a vista e al conseguente effetto sfaccettato, ben visibile dal basso verso l’alto. Il complesso ospiterà 30/35 appartamenti, per un totale di 5000 metri quadri, ulteriormente valorizzati dai servizi e bar al piano terra e dalla piscina privata a sfioro con vista sul lago collocata all’ultimo piano.

Progetto ICON, Lugano.

Il vostro lavoro si sviluppa però anche su una scala molto maggiore.

Sì, e lo dimostrano due progetti molto importanti: la Ex Cetem di Lodi e VivaCity – Ex Baslini di Treviglio, già citato prima.

Per quanto riguarda il concept per la Ex Cetem (un progetto che poi non è stato realizzato ma che ha rappresentato una tappa molto importante per il nostro studio), abbiamo lavorato su un’area di 35.000 metri quadri, addossata al centro di Lodi e molto ben collegata con Milano. Il punto di partenza era ancora una volta una ex zona industriale, dove si producevano impianti elettrici. In particolare, la struttura preesistente presentava in copertura delle calotte sfalsate verticalmente tra loro così da creare una serie di lucernari, un complesso molto interessante dal punto di vista architettonico. Abbiamo quindi combinato la suggestione data dal cliente, che aveva in mente un progetto molto impattante del livello di City Life a Milano, con le condizioni concrete dell’area, che permettevano la costruzione massima di 14 piani fuori terra.

L’idea di realizzare edifici a misura d’uomo ha qui trovato un chiaro riferimento artistico nell’opera I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, con la sovrapposizione di varie ville urbane che marcano la verticalità e snellezza degli edifici. Essendoci poi un problema di esondazione del fiume Adda, l’intera struttura è costruita fuori terra, pur mantenendo un dislivello tra la parte accessibile e carrabile e l’area che invece si allinea con l’altezza del centro storico. Le abitazioni sono organizzate attorno a una piazza sulla quale si affacciano le attività commerciali. A ciò si aggiunge un giardino pensile in continuità con il centro cittadino, con l’inserimento di una zona di verde estensivo che va a ricoprire le volte generate dalle calotte dell’originaria struttura industriale.

Progetto Ex Cetem, Lodi.

E tornando al progetto VivaCity, in quel caso come avete lavorato?

Per quanto riguarda VivaCity – Ex Baslini, un intervento che si sviluppa su un’area di oltre 85 000 metri quadri, siamo partiti ancora una volta da una suggestione artistica, nello specifico un’opera di Richard Serra, per lavorare su un progetto ancora più personalizzato e totalmente dedicato al cliente, costruito insieme a lui, con testi di presentazione pensati e realizzati ad hoc per trasmettere lo spirito dell’intervento.

Tutto nasce da un elemento di archeologia industriale conservato a memoria storica del luogo, l’ex forno
della pirite, alto 13 metri e mezzo, come un condominio di quattro piani: è stato il vero elemento generatore a livello concettuale e costruttivo. Abbiamo progettato una serie di basamenti liberamente accessibili, di altezza varabile, dove si trovano negozi, ristoranti e servizi alle residenze. Su di essi si appoggiano gli edifici residenziali veri e propri, riprendendo dal lavoro di Serra il concetto dei due volumi sovrapposti. Il colore costituisce un altro aspetto decisivo, che va a riprendere l’immagine dei tetti di Treviglio e ancora una volta i mattoni dell’ex forno della pirite, attraverso la tonalità rosso mattone acceso. Nonostante questo progetto sia stato elaborato prima dell’emergenza Covid, in modo molto lungimirante abbiamo dotato il complesso di terrazze e spazi per lavorare da casa: stiamo parlando di servizi come un’area co-working condominiale e biciclette elettriche in dotazione per tutti i condòmini.

L’intero masterplan è stato pensato in ogni suo dettaglio e una importante paesaggista e un light designer, entrambi di alto profilo professionale, sono stati coinvolti fin dall’inizio del processo progettuale.

Dal punto di vista puramente architettonico, il nostro obiettivo è stato quello di alleggerire le facciate, scegliendo di ridurre le dimensioni dei marcapiani in facciata e creando delle scatole di vetro apribili lateralmente in modo completo per dare continuità tra interno ed esterno. Ogni appartamento è pensato come se fosse una villa indipendente con i suoi spazi chiusi e i suoi spazi aperti, e negli appartamenti agli ultimi piani sono state anche inserite delle piscine, per cui possiamo parlare di un progetto residenziale di altissima gamma, seppure con un valore di mercato nettamente più accessibile rispetto, per esempio, ai valori che si possono trovare a Milano.

Progetto Vivacity, Treviglio.

Grandi progetti, dunque, ma anche interventi su più piccola scala. Vi piace cambiare, o sbaglio?

Diciamo che ci piace lavorare su scale diverse, urbane ma non solo, su progetti molto differenti tra loro; in questo abbiamo sicuramente un approccio eclettico, anche se poi il nostro stile e modus operandi restano riconoscibili. A proposito di diversificazione, vorrei citare il lavoro che stiamo facendo sul recupero di una cascina a Codogno. Si tratta di un importantissimo progetto sociale voluto dalla comunità, che una volta completato ospiterà un ostello, un centro di sperimentazione sensoriale, una panetteria, un caseificio e sarà destinato a bambini con disabilità. Ne andiamo molto orgogliosi.

Differenziare: è questa la vostra carta vincente?

Differenziare è importante, sia dal punto di vista della tipologia che della geografia. Stiamo lavorando in Svizzera, in Italia, presto andremo a Barcellona. Tutti contesti diversi, che ci sfidano a ideare concept nuovi e innovativi. Tuttavia, credo che la nostra carta vincente rimanga la capacità di progettare davvero “su misura”, di creare edifici nati da una sinergia vera, da un dialogo diretto e autentico con il committente, e soprattutto l’impegno a rispettare sempre il contesto, la sua storia e le persone che vivono o vivranno i nostri spazi.

 

S 2 ARCHITETTI

www.s2architetti.com