Architettura

Spica, il nuovo ristorante di Vudafieri-Saverino Partners a Milano

Settembre 30, 2019

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Spica, il nuovo ristorante di Vudafieri-Saverino Partners a Milano

Si chiama Spica il nuovo ristorante delle chef Ritu Dalmia e Viviana Varese inaugurato a Milano in via Melzo 9, nel cuore del quartiere milanese di Porta Venezia: un locale che abbraccia la diversità e l’internazionalità, proponendo un percorso gastronomico attraverso quattro aree geografiche, sud est asiatico, sub continente indiano, Europa e America. 

Il viaggio e la convivialità sono quindi i due temi fondamentali che si riflettono anche nel progetto di interior firmato da Vudafieri-Saverino Partners, lo studio di architettura con sede a Milano e Shanghai che vanta una forte esperienza nella creazione di nuovi concept per la ristorazione.

Gli architetti Tiziano Vudafieri e Claudio Saverino hanno così disegnato uno spazio capace di sorprendere per l’inedito mix tra suggestioni delle culture asiatiche e omaggio ai maestri del design milanese del XX secolo: il risultato è un ristorante vivace, colorato e dall’atmosfera vibrante, che rispecchia il clima di Porta Venezia, frequentata da un pubblico giovane e dinamico. 

In particolare, nei richiami alla tradizione meneghina, Vudafieri-Saverino Partners ha unito la libertà, il design radicale e la profonda passione per l’India di Ettore Sottsassall’eleganza e al rigore del movimento moderno di Franco Albini: due mondi distinti che dialogano in armonia nello spazio e che si riflettono rispettivamente nell’architettura degli interni e negli arredi. 

L’omaggio a Sottsass è subito evidente dallo stile libero e radicale dei portali che caratterizzano l’architettura del locale e scandiscono gli spazi: in contrasto con la cornice neutra dei soffitti, questi elementi si caratterizzano per carte da parati con motivi colorati e inserti geometrici fluo, pensati per rievocare anche la stratificazione di culture e la ricchezza di colori dei Paesi asiatici. 

Come detto, l’arredo presenta evidenti richiami ai grandi maestri della Milano degli anni ‘50/’60, primo fra tutti Franco Albini, a cui si ispirano i due mobili realizzati per l’ingresso e la sala ristorante: in laminato noce, con struttura in ferro verniciato nero e dettagli in ottone, espongono suppellettili che evocano luoghi, ricordi, esperienze dei viaggi delle chef. 

Ulteriore richiamo al mondo asiatico e alla sua spiritualità è il layout dello spazio, realizzato seguendo le regole della dottrina architettonica Vastu(“scienza della costruzione”), una disciplina antichissima, nata in India oltre 5.000 anni fa, secondo cui la costruzione di abitazioni, villaggi e città dovrebbe tenere conto delle leggi e influenze della natura; di conseguenza, gli ambienti di Spica sono disposti verso i punti cardinali raccomandati dal Vastu, così da creare degli spazi capaci di irradiare benessere e armonia. 

Inoltre, per quanto riguarda gli ambienti, gli architetti hanno fatto tesoro delle preesistenze: collocato in un edificio industriale con ampie vetrate su strada e sul cortile interno, Spica mantiene segni evidenti del passato, come il pavimento di seminato (integrato con cemento nelle parti mancanti) e un muro riportato al suo aspetto naturale che rende evidenti le stratificazioni del tempo. 

La rilettura degli spazi ha inizio dalle sei vetrine affacciate sulla strada: completamente apribili conferiscono respiro e luminosità all’ambiente, creando continuità fra l’interno e l’esterno; ad ognuna di esse corrisponde una tenda colorata, preludio dell’universo cromatico che caratterizza l’interno. 

I clienti sono accolti all’ingresso da un imponente bancone di 8 metri che si ispira ai bar milanesi anni ’60 con il suo uno sfondo di vetro anticato, il piano in ottone polverizzato e la lunga bottigliera sospesa per la cocktail station; l’adiacente zona lounge si compone poi di quattro tavoli rotondi, realizzati su disegno degli stessi architetti, che presentano la medesima finitura del bancone; le poltroncine, così come gli sgabelli del cocktail bar, sono state realizzate da un’azienda indiana e rappresentano un omaggio a Franco Albini, rievocando le forme della sua celebre sedia Luisa. 

La sala ristorante si caratterizza per una disposizione estremamente flessibile dei tavoli: le grandi lampade realizzate su disegno di Andrea Anatasio rievocano la forma di strumenti agricoli tipici indiani, mentre il mobile adibito a service station crea un suggestivo angolo con il pavimento in legno e le piante su ghiaia, dando la sensazione di trovarsi in un piccolo giardino. 

Colonne e pareti sono arricchite dalle opere di Jaco Sieberhagenc: l’artista sudafricano ha realizzato una serie di sagome in metallo verniciato nero e tagliate a laser, che rappresentano con ironia i simboli della cultura italiana, dalla moda al design, dall’industria alla gastronomia. 

Infine, il bagno si distingue per l’atmosfera fresca e colorata, con il lungo lavabo dalla vasca unica e scocca in laminato e gli iconici specchi Seletti

Un’atmosfera esotica e sofisticata allo stesso tempo per un autentico viaggio nel gusto.

Fotografie di Nathalie Krag.