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Lo sguardo di Werner Bischof a Milano

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A 110 anni dalla sua nascita, Milano celebra un gigante del Novecento con la grande retrospettiva “WERNER BISCHOF. Point of View”, ospitata presso il Museo Diocesano Carlo Maria Martini(Chiostri di Sant’Eustorgio) dal 19 maggio al 18 ottobre 2026. Non era solo un fotografo, Werner Bischof amava definirsi un “artista della fotografia”, un testimone che rifiutava il sensazionalismo visivo per cercare la verità profonda, e spesso dolorosa, delle cose.

© Andrea Boni

Realizzata in collaborazione con Magnum Photos, l’esposizione mette in mostra circa 200 fotografie vintage, provini a contatto, lettere e diari, restituendo al pubblico la parabola di una delle carriere più folgoranti, intense e tragicamente brevi della storia del fotogiornalismo.

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Nato a Zurigo nel 1916, Bischof asseconda la sua vocazione artistica iscrivendosi giovanissimo alla Scuola di Arti Applicate della sua città. Qui diventa allievo di Hans Finsler, un maestro legato alle teorie avanguardiste del Bauhaus. In questo periodo formativo, il giovane svizzero apprende un rigore tecnico geometrico e quasi maniacale: studia la luce, le forme, la posa, la natura e il dettaglio.

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Nel 1936 apre il suo studio di “Fotografik”, lavorando nella pubblicità e nella moda per importanti agenzie e riviste. I suoi primi scatti sono impeccabili giochi di ombre e geometrie astratte. Ma il destino della sua arte è destinato a cambiare per sempre con lo scoppio e la fine della Seconda Guerra Mondiale.

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L’ordine geometrico dello studio si frantuma davanti alle macerie d’Europa. Tra il 1945 e il 1950, Bischof decide di uscire dai confini protetti della Svizzera per documentare la distruzione in Germania, Francia, Italia e Grecia. Fotografa i volti dei bambini tra le rovine di Varsavia, l’ombra spettrale del Reichstag a Berlino, la povertà rurale del Mezzogiorno italiano.

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È in questo momento che la sofferenza umana e la rinascita sociale diventano il fulcro del suo lavoro. In una celebre lettera, il fotografo arriverà quasi a “chiedere scusa” per il suo passato, spiegando l’impossibilità di tornare a fotografare “scarpe e bei vestiti” dopo aver visto il vero volto del mondo. Le sue immagini, pubblicate in Italia anche su Epoca e all’estero su Life e Vogue, fanno il giro del pianeta.

© Andrea Boni

Il 1949 segna la definitiva consacrazione professionale: Werner Bischof è tra i primissimi fotografi a essere invitato a far parte dell’agenzia Magnum Photos, fondata appena due anni prima da leggende del calibro di Robert Capa e Henri Cartier-Bresson. Con Magnum, lo sguardo di Bischof si allarga verso l’Estremo Oriente. 

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Tra il 1951 e il 1952 viaggia in Giappone, in Corea e in Indocina, dove documenta la guerra, ma si perde anche nell’osservazione antropologica delle tradizioni locali. Celebre rimane il suo reportage sulla carestia nella regione indiana del Bihar, uno dei vertici del fotogiornalismo del dopoguerra. Pur raccontando la miseria più profonda, i suoi soggetti mantengono sempre una dignità monumentale.

© Andrea Boni

L’ultima fase della sua ricerca, tra il 1953 e il 1954, si sposta nel Nuovo Mondo. Negli Stati Uniti sperimenta la pellicola a colori e la dinamicità urbana, prima di scendere verso il Messico e il Sud America. Proprio sulle montagne del Perù, nel maggio del 1954, scatta l’immagine che rimarrà il suo testamento spirituale e la sua fotografia più famosa: un bambino peruviano che cammina lungo una strada sterrata suonando il flauto, illuminato da una luce mistica. Pochissimi giorni dopo quell’incontro, il 16 maggio 1954, l’auto su cui viaggiava Bischof precipita in un burrone sulle Ande peruviane. Il fotografo perde la vita all’età di soli 38 anni.

© Andrea Boni

La mostra ai Chiostri di Sant’Eustorgio non è quindi solo una sfilata di immagini straordinarie, ma il diario di bordo di un uomo che ha saputo fondere l’occhio geometrico dell’artista con il cuore del reporter, lasciandoci in eredità una delle più alte testimonianze di compassione visiva del Novecento.