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Come cambia lo spazio del lavoro: intervista a Livia Comes

Giugno 18, 2020
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Come cambia lo spazio del lavoro: intervista a Livia Comes

 

La pandemia è un portale, un cancello tra un mondo e un altro, ha scritto di recente l’intellettuale indiana Arundhati Roy sul Financial Times. La sfida è attraversarlo senza zavorre, pronti a esplorare il nuovo. Serviranno coraggio e visione per trasformare il contesto a cui siamo abituati, a partire dai luoghi che abbiamo sempre frequentato e che ora improvvisamente ci sembrano obsoleti, superati. Tra questi, ci sono gli spazi di lavoro, destinati a cambiare profondamente non solo per rispettare le misure di sicurezza anti-contagio ma anche, soprattutto, per rappresentare un nuovo modo di essere lavoratori nel Terzo Millennio, fondato sull’equilibrio tra vita privata e vita professionale in rapporto ad un tessuto urbano da rinnovare completamente. Ne abbiamo parlato con Livia Comes, architetto specializzato in riqualificazione urbana, progettazione d’interni e disegno di arredi, da tempo impegnata sul tema del ripensamento delle aree professionali.

Livia Comes

Tra le tante rivoluzioni innescate dall’inaspettata emergenza COVID-19 c’è senza dubbio quella legata al nostro modo di lavorare. Come cambierà il concetto di ufficio nei prossimi mesi? La teoria dei grandi open space sarà abbandonata? Come si trasformeranno gli spazi collettivi del lavoro?

Credo che l’emergenza Covid-19 abbia solo accelerato dei processi già in atto e che di per sé non abbia innescato alcuna rivoluzione. È entrato in crisi un sistema economico e quando questo accade non si possono dare risposte parziali, occorre piuttosto un approccio sistemico e multidisciplinare. Temo che l’urgenza in questo momento rischi di generare degli espedienti e non delle soluzioni architettoniche, sarei perciò tentata di rispondere alle domande che lei mi pone con altre domande. Quali categorie di lavoratori dovranno veramente ritornare sul posto di lavoro? In che modo le imprese sosterranno il benessere fisico e psicologico della forza lavoro? Quali rischi siamo disposti a correre? Cosa offre il luogo di lavoro fisico che il virtuale non può proprio offrire? Chi si occuperà di gestire la penetrazione della tecnologia in tutte le fasce sociali e quali saranno le occupazioni del futuro?

Immagino che il futuro sia remoto e connesso. Se durante gli ultimi dieci anni di progettazione del luogo di lavoro si è cercato di raggiungere l’equilibrio tra due esigenze fondamentali e opposte, concentrazione e collaborazione, nel decennio che verrà una forza lavoro remota, nata per svilupparsi sulla relazione fisica, dovrà trovare un nuovo equilibrio e gli spazi che offriamo dovranno cambiare di conseguenza. Mi sembra poca cosa puntare esclusivamente su barriere anti-contagio, tecnologia contactless per evitare il contatto fisico, sanificazione, misurazione della temperatura in ingresso, organizzazione maniacale delle aree comuni. Dovremmo piuttosto chiederci quale è l’idea di spazio di lavoro che stiamo maturando ed in quale nuova idea di città si collochi. Dal momento che non possiamo rottamare la città esistente come fosse un dispositivo obsoleto, dovremo semplicemente emendare quella che esiste: l’obiettivo è migliorare le condizioni di vita sul pianeta. Gli spazi troppo specialistici durano poco, ritorniamo a dare valore agli aspetti fondamentali di un buon progetto architettonico: dimensione, orientamento, illuminazione e ventilazione. Così, automaticamente, l’edificio per uffici attraverserà le epoche.

Ciò detto, non penso che gli open space verranno abbandonati: con ulteriori investimenti in tecnologia, disposizioni per l’home office e il periodico ritorno a un hub centrale per il confronto e la collaborazione, essi troveranno nuova vita, ridimensionandosi con flessibilità in base alle esigenze del momento. Gli spazi collettivi si trasformeranno in funzione delle trasformazioni che subiranno i nostri comportamenti sociali e non mi sembra un dramma se recupereremo quella “giusta distanza” tra noi e gli altri che è anche rispetto della sfera di pensiero e di azione dell’altro. Varranno i risultati raggiunti nel periodo pre-Covid, la transizione dal desk based working all’activity based working continuerà, il tipico coworking in open space, dove tutti interagiscono a stretto contatto, sarà solo una parte dei Flexible Office. La richiesta di spazi riservati e non condivisi sta aumentando ma questo non vuol dire che torneremo agli uffici cellulari.

Con il ricorso sempre più diffuso allo smart working la casa diventerà uno dei luoghi principali in cui svolgere la propria attività professionale. Come dobbiamo immaginare l’home office del futuro?

Alcuni hanno accolto con favore la possibilità di lavorare da casa, altri hanno avvertito la mancanza del confronto vis a vis sul posto di lavoro. Questo dovrebbe farci ragionare sul valore delle soluzioni personalizzate: è utopia pensare ad una classe dirigente in grado di distinguere le attitudini di ogni lavoratore?

Comunque, in questi mesi abbiamo chiesto alle nostre case di assolvere a delle funzioni per le quali non erano state progettate. La fame di spazi efficienti e polifunzionali ha fatto venire a molti, in cerca di privacy, la nostalgia per le case suddivise in più ambienti da lunghi corridoi.  L’aspetto che personalmente trovo più interessante di questo momento storico è che molti confini si stiano assottigliando: quando questo accade, occorre riperimetrare nuove identità. Se da una parte lo spazio lavorativo ha invaso quello privato, dall’altra anche il confine tra architettura e design si è fatto più esiguo. Partendo dal presupposto che il corpo umano è fatto per muoversi e non per stare seduto ed immobile per lunghe ore di seguito, è importante per esempio possedere una sedia ergonomica che consenta il regolamento per evitare sforzi e tensioni muscolari. Anche la scelta dei dispositivi che utilizziamo è importante per consentirci di salvaguardare la giusta postura.

In definitiva, credo che le diversità, anche cognitive, si riflettano sugli stili di lavoro, e il work setting sarà perciò diverso non solo in base alle attività da svolgere ma anche in base ai propri comportamenti.

Come si è già in parte accennato e complice l’impiego via via più esteso degli strumenti di comunicazione digitale, l’universo lavorativo potrebbe finire per “invadere” lo spazio privato. Come il design abitativo può aiutarci a gestire i vari momenti della giornata, proteggendo il tempo dello svago?

Quello che già stiamo osservando è un’accelerazione della domanda di aziende che chiedono spazi ufficio flessibili e delocalizzati in città, per garantire ai dipendenti luoghi di lavoro a misura di persona, evitando il rischio rappresentato dai trasporti pubblici. Nel passato prossimo la vicinanza a casa aveva come obiettivo il work-life balance, ora la sicurezza. Una delle soluzioni che molti operatori prospettano è quella di ricavare spazi attrezzati di lavoro nelle parti comuni dei condomini, prevedendo agevolazioni fiscali per farlo, senza sacrificare totalmente la privacy dello spazio domestico. Tutto questo però ci dice che non siamo ufficialmente usciti dall’emergenza e che non esiste ancora una nuova visione condivisa del futuro delle nostre città.

I grandi complessi di uffici a cui siamo abituati rischiano di rimanere semivuoti: quali saranno gli effetti di questo cambiamento per l’ecosistema delle città? Meno traffico, certo, ma anche enormi edifici scarsamente utilizzati… Quali sono le strategie da adottare?

Nella grande maggioranza, le aziende stanno pagando all’emergenza sanitaria Covid-19 un conto salatissimo in termini di riduzione delle attività e di contrazione dei profitti. Non possiamo escludere che nel breve periodo, quando saranno più evidenti gli effetti della stagnazione, la crisi alimenti strategie di razionalizzazione prima ancora che di digitalizzazione, o che, peggio, lo spostamento verso forme di lavoro flessibile costituisca l’anticamera di processi molto più cruenti di espulsione. In questo scenario, la necessità di una nuova stagione di contenimento della spesa indurrà le imprese ad un profondo ripensamento sull’impiego del proprio patrimonio immobiliare e, più in generale, della pianificazione di nuovi assetti degli spazi di lavoro. Per questo, i grandi spazi ufficio “vuoti” non penso saranno figli di una diversa scelta di organizzazione del lavoro, ma principalmente della recessione.

La crisi offre però agli amministratori più virtuosi l’occasione di ripianificare l’assetto urbano, a cominciare dalla valorizzazione di quelle aree o di quelle strutture più a rischio a causa del venire meno della presenza del privato e che attraverso interventi pubblici possano trasformarsi in hub per nuovi servizi alla cittadinanza.

Quali saranno secondo lei, in definitiva, le sfide principali che dovremo affrontare nel progettare le sedi aziendali del futuro? Ci saranno dei servizi che più di altri diventeranno indispensabili per i dipendenti? Quali sono le nuove opportunità da cogliere e le conseguenze da evitare?

La sfida principale a mio avviso è il rapporto con il contesto. Il progetto delle sedi aziendali del futuro, in una prospettiva ideale, dovrebbe avere un forte legame con il territorio e contemporaneamente una grande propensione all’innovazione. Penso a edifici che si aprano alla città fornendo anche servizi e cultura, non solo uffici, reali opportunità di rigenerazione urbana. Questo perché sono le città ad attrarre investimenti, aziende, intelligenze, talenti, artisti e la ricchezza e la qualità dell’offerta di servizi delle proprie città costituisce una leva rilevantissima nell’affermazione di un paese.

Sarà quindi necessaria una certa “liquidità” tipologica, mai edifici ottimizzati per una sola funzione. Anche gli elementi di interior design dovranno poter sopravvivere a diversi layout, a cambiamenti di destinazione e funzione. Non è un caso che alcuni progettisti di arredi per ufficio abbiano immaginato l’ambiente di lavoro come una “piazza cittadina” attrezzata con aree per la pausa caffè, per la concentrazione, per il movimento fisico, per la telefonata privata, per la riunione e il confronto, in un continuum di funzioni che mirano al raggiungimento del benessere di chi lavora. Credo che nel futuro a persone e luoghi sarà richiesta grande flessibilità, mentale e fisica, e che agli architetti spetti immaginare come gli individui, in questo continuo fluire, riescano anche ad essere felici.