In occasione delle Nitto ATP Finals, il torneo di tennis che riunisce gli otto giocatori migliori al mondo, Pininfarina firma a Torino – sede del torneo dal 15 al 22 novembre 2026 – due interventi di architettura sviluppati con la Federazione Italiana Tennis e Padel (FITP): la passerella Skywalk e l’installazione Stargate, in Piazza San Carlo. Due progetti distinti, uniti dalla volontà di portare l’energia del torneo oltre i confini dell’Inalpi Arena fino al cuore della città.
Lo Skywalk, sospeso a sei metri d’altezza, collega l’Inalpi Arena al Fan Village ed è riservato ai giocatori. Interamente prefabbricato off-site, può essere montato e rimosso in tempi ridotti. Lo Stargate è la porta d’ingresso al torneo sul Blue Carpet e riprende le linee fluide dei ribbon dello Skywalk. Dei due progetti, delle loro funzionalità e di ambizioni future abbiamo parlato con Nicola Girotti, head of design di Pininfarina.
Partiamo della passerella Skywalk.
Lo Skywalk nasce per avvicinare il tennis agli appassionati: una passerella sopraelevata, a circa sei metri d’altezza e completamente vetrata, da cui il pubblico può vedere i campioni prima e dopo i match. Richiama il dinamismo del tennis, con la pallina che va da una parte all’altra del campo. Per ricreare l’effetto spin abbiamo aggiunto un ribbon che passa da destra a sinistra e viceversa, creando un twist che unisce le due parti. È un elemento statico, ma visivamente molto dinamico, come lo sport da cui prende ispirazione.

L’altro progetto è lo Stargate: com’è nata l’idea di questa installazione?
Entrambi sono legati a un’esperienza: con lo Skywalk quella del giocatore che va verso il campo, con lo Stargate quella dell’ingresso nel torneo. In Piazza San Carlo il blue carpet si solleva leggermente e conduce a un elemento dinamico, quasi un segno dell’infinito: attraversandolo, i giocatori entrano ufficialmente nelle Nitto ATP Finals. È un momento di connessione con il pubblico e di massima esaltazione per questi campioni.
Come nasce la relazione di Pininfarina con il torneo?
Pininfarina è nel mondo dello sport da tanto tempo, dallo sci al golf, e tutti ricordano la fiaccola delle Olimpiadi del 2006. Il ponte sorge a due passi dal braciere olimpico: per noi è un modo per tornare, dopo vent’anni, in una zona a cui siamo molto legati. Il progetto è in partnership con le Finals e punta non solo a creare un elemento di design, ma qualcosa di molto iconico per la nostra città.
Quali sono state le principali scelte strutturali e di materiali dei due progetti?
Il più complesso è stato lo Skywalk: circa 70 metri di ponte da montare in meno di un mese e smontare in tempi ancora più brevi. Per questo abbiamo seguito la logica del DFMA (ndr, design for manufacturing and assembly). Non potendo fare scavi nella piazza, abbiamo spostato il pre-assemblaggio fuori dal cantiere: moduli di tre metri, preassemblati off-site in elementi da nove-dodici metri, facili da trasportare. In cantiere resta solo da unirli e sollevarli a sei metri d’altezza. Per lo Stargate i tempi sono ancora più brevi: tutto va fatto in due giorni. Abbiamo previsto una base portante, su cui si montano i tubi calandrati, mentre il resto della struttura è molto leggero.

Per quanto riguarda lo Stargate, come ci si confronta con un contesto storico come Piazza San Carlo?
Siamo partiti dall’esperienza che volevamo offrire al pubblico e abbiamo scelto il contrasto con la storicità della piazza: invece di mitigare il design, abbiamo deciso di spingerlo ed esaltarlo. Poiché la presentazione dei giocatori durerà poco, oltre ai tubi calandrati e alla vela che avvolge la struttura abbiamo aggiunto delle led stripes che enfatizzano il loro passaggio.
Come avete tradotto l’identità del torneo in un linguaggio architettonico e come l’avete estesa dall’Inalpi Arena fino al centro di Torino?
C’è continuità stilistica: l’elemento blu è il fil rouge che unisce i due progetti ed è dinamico come la pallina che gira. Sono lavori diversi che dialogano grazie all’uso del colore e dei materiali, ma soprattutto al senso di dinamismo.

Per Pininfarina si tratta anche di progettare un landmark per la sua città, Torino.
Questo è motivo di orgoglio: disegnare qualcosa per la propria città ti spinge a dare di più. Lo vedo nel mio team, un mix di architetti e product designer, che va a vedere il cantiere ogni giorno. È un’emozione che va oltre il semplice seguire i lavori, per progetti realizzati in tempi ridotti e con diversi livelli di complessità.
Quale ruolo assume l’architettura temporanea in questi grandi eventi sportivi?
Non sono progetti pensati come elementi singoli, ma come parte di un evento potenzialmente ripetuto: il ponte viene usato adesso, ma è pensato per essere riutilizzato, modificato, allungato o accorciato, anche per minimizzare gli sprechi.
Ci sono in cantiere altri progetti simili, sempre in ambito sportivo?
A breve sarà annunciata un’altra collaborazione nel mondo sportivo, nell’ambito dei winter sport: si tratterà sempre di infrastruttura. Nuovi progetti vedranno poi la luce il prossimo anno.


