Architettura

Smart City o Smart Citizens? Giulio Ceppi racconta la città del futuro

Aprile 9, 2018

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Smart City o Smart Citizens? Giulio Ceppi racconta la città del futuro

 

Una mostra-evento dedicata alla riflessione sulla città di oggi e di domani per individuare, con il decisivo contributo delle numerose aziende partecipanti, tendenze e innovazioni destinate a cambiare il nostro modo di concepire la vita in un ambiente urbano: è l’ambizioso obiettivo di Smart City: Materials, Technologies and People, organizzata da Material ConneXion Italia negli spazi del Superstudio Più in occasione della prossima Milano Design Week (ma continuerà anche dopo, fino al 12 maggio). La mostra, arricchita da conferenze e dibattiti, sarà suddivisa in sei grandi aree tematiche: Advanced Building and Infrastructures; Connected City; Smart living, Smart People; Sustainable and Circular City; Integrated Mobility; Food Policies and Urban Agriculture. Tendenze di cui abbiamo parlato in anteprima con il curatore, l’architetto Giulio Ceppi, che oltre a definire i binari su cui impostare l’analisi di un concetto mutevole come quello di Smart City si è battuto per portare al centro dell’attenzione gli smart citizens, perché non può esistere smartness in nessuna città senza l’awareness e la partecipazione attiva dei suoi cittadini.

 

Nel corso della prossima Milano Design Week lei sarà il curatore della mostra-evento Smart City: Materials, Technologies and People organizzata in collaborazione con Material ConneXion Italia. Vuole raccontarci brevemente che cosa vedremo e perché non dobbiamo perderla?

“La mostra vuole essere un tentativo, speriamo ben riuscito, di ragionare su un approccio ‘latino’ al concetto di Smart City: la Smart City non è solo un luogo in cui le tecnologie rendono la città più vivibile e accessibile ma un luogo in cui devono essere le persone stesse a vivere la città in modo diverso, tenendo presente che le tecnologie sono in realtà uno strumento, non un obiettivo. Vorremmo proporre un modello in cui gli smart citizens siano più importanti della Smart City stessa, prestando più attenzione a come le persone possono usare le tecnologie per vivere la città in modo migliore ma soprattutto con una consapevolezza più profonda: la città diventa migliore se i cittadini sono migliori e se hanno perciò una coscienza di ciò che accade nell’ambiente urbano, certamente facilitata dalle tecnologie ma attiva, dinamica e presente a prescindere da esse. Questo sul piano concettuale.

Sul piano dei contenuti, poi, troveremo progetti molto particolari, non solo sistemi di cablaggio, sotto-servizi di rete o sistemi semaforici intelligenti, elementi tipici di un concetto più ‘anglosassone’ di Smart City.

Ci saranno proposte come quella promossa da Unilever, che mette al centro il tema del risparmio idrico: lavando i piatti a mano, operazione semplice che parrebbe lontana dal macro-tema della città smart e tecnologica, si consumano in media 20 litri d’acqua, mentre utilizzando la lavastoviglie se ne impiegano soltanto 5; se le persone non si rendono conto dell’entità del consumo d’acqua, in questo caso attraverso app e device sviluppati da Unilever, si ottiene  sì una città smart e magari tecnologica, ma senza acqua, problema non da poco se si considera che la questione delle risorse idriche sarà fondamentale nel prossimo futuro.

D’altro canto, il MIT-Massachusetts Institute of Technology in collaborazione con PUMA presenterà una t-shirt in grado di cambiare colore a seconda del livello di inquinamento dell’aria, un altro modo per rendere più smart la città ma soprattutto più cosciente chi la abita.

Del resto le città non sono solo luoghi meravigliosi ma aree sottoposte a problematiche che devono essere affrontate: ecco perché si comincia a parlare di Resilience City, una città dove bisogna imparare a vivere e a usare le tecnologie per fare meno danno possibile a sé e agli altri. Proprio per questo ho fatto due esempi molto legati alla vita del cittadino: lo scenario che ci interessa evocare è quello di una città dove le persone si rendono conto di ciò che è meglio fare per garantire a tutti condizioni migliori, all’insegna della consapevolezza.”

 

A suo parere, quali sono le innovazioni che nei prossimi anni cambieranno in meglio il volto delle città? Su quali tendenze bisogna puntare per rendere lo spazio urbano sempre più smart?

“Con questa mostra abbiamo cercato di individuare proprio una serie di grandi tendenze in atto, interpretate attraverso i progetti delle diverse aziende presenti nei vari cluster. Se vogliamo fare alcuni esempi, possiamo citare senza dubbio il tema dell’economia circolare: la città deve diventare un luogo in cui materia ed energia vengono impiegate a ciclo completo, ‘a cascata’, come si dice in gergo tecnico, eliminando il concetto di rifiuto per passare a quello di degradazione virtuosa che trasforma ogni scarto in una risorsa. Nelle città del futuro, sempre più grandi, popolose e dunque ad alto consumo, sarà fondamentale il miglioramento di questo ‘metabolismo’ urbano. Ancora una volta, però, il raggiungimento dell’obiettivo implica che i cittadini ne siano coscienti, che capiscano i processi a cui assistono e che vi partecipino, sentendo la città come un’entità da vivere attivamente. La smartness è sempre innanzitutto una questione di awareness.

Un altro elemento molto importante è poi la capacità delle città di elaborare strategie di reazione immediata a tutte le esigenze e le emergenze, siano esse climatiche o sociali: la Resilience City è proprio quella città che sa rispondere agli imprevisti.

Sono tutti temi che certamente non appartenevano agli antichi concetti di urbanistica, in cui la progettazione avveniva dall’alto e la realizzazione era pensata nell’arco di decenni: oggi bisogna essere immediati e reattivi. E tuttavia anche in questo caso il contributo dei cittadini è decisivo: essi partecipano e influenzano l’evoluzione delle città, decretando il successo dei servizi che scelgono e usano, tocca poi agli amministratori organizzarsi di conseguenza.”

 

Quali sono secondo lei oggi le città che più di altre incarnano nel mondo il concetto di Smart City? Per quale motivo? Milano sta andando in questa direzione?

“I modelli di Smart City sono sicuramente molti, a partire da quelli nordeuropei, penso a Stoccolma e a Malmo, per esempio: lì ha vinto un concetto di smartness partecipato e sostenibile. Va sottolineato però come in realtà non esistano un modello unico da clonare o una ricetta perfetta: ci sono tante iniziative interessanti, che noi in mostra racconteremo e discuteremo con incontri su ognuno dei sei temi portanti della riflessione sulla Smart City; avremo inoltre un approfondimento su quelli che consideriamo i best in class, cioè gli esempi migliori a livello europeo. Ogni città però deve saper trovare il proprio specifico modello di smartness, calibrata sulla dimensione, sullo stile di vita degli abitanti, sulla capacità economica e su mille altri fattori. Per questo noi proponiamo un modello ‘latino’ di Smart City, tenendo conto che in Italia siamo particolarmente toccati dal tema della specificità in quanto non esistono due città uguali. C’è da dire che non siamo bravi solo noi: anche l’Oriente sta facendo passi da gigante in questo senso, elaborando pian piano una sua idea di smartness, basti pensare che, grazie al suo eccellente piano idrico, Singapore è ormai un modello universale.

Parlando di Milano, sicuramente è una città che sta lavorando molto su questo e con ottimi risultati anche in termini di percezione da parte della cittadinanza. Anni fa, quando io stesso progettai l’Area C, l’intervento fu molto criticato: oggi in centro a Milano c’è meno inquinamento che in periferia, c’è una qualità della vita migliore e i milanesi sono soddisfatti, a partire dai commercianti. Questo è un esempio che dimostra quanto sia importante il ruolo degli amministratori, che hanno il compito di proporre i progetti nella maniera giusta, dialogando con i cittadini e trovando il giusto equilibrio. Un equilibrio che, come dicevamo, è unico in ogni città e cambia nel tempo, perché la città è un organismo vivo che evolve insieme alle tecnologie e soprattutto alle persone. In questo senso le città devono essere intelligenti”.

 

Con il suo team TotalTool lei s’impegna da anni nel campo dell’innovazione applicata all’architettura, al design e alla comunicazione. Che cosa vede nel suo futuro? Quali sono i prossimi obiettivi da raggiungere?

“Noi facciamo da sempre tanta attività di visioning, guardiamo avanti nel tempo e progettiamo su una scala temporale di almeno tre-cinque anni. Oggi l’augurio è quello di tradurre il più possibile in pratica le idee che generiamo: raccontare esempi lungimiranti, presentare soluzioni che al momento appaiono ancora sofisticate è un primo passo per portarle sul mercato in breve tempo. È quello che ci proponiamo per esempio con il progetto sul risparmio idrico di Unilever che ho citato prima e che stiamo seguendo noi come studio. Guardare lontano e realizzare vicino, insomma. La città è sempre un ottimo laboratorio in questo senso, dove si lavora su scale molto diverse, dal rubinetto di casa alla gestione dei trasporti. Le mostre servono per allargare gli orizzonti e non a caso la nostra dura circa un mese, andando oltre il Fuorisalone: l’obiettivo di questa seconda fase, successiva alla Design Week, sarà proprio quello di mettere in contatto e far dialogare le aziende sul filo del progetto. In questo modo, la mostra sarà l’occasione perfetta per far nascere nuove idee e nuove soluzioni, cosa che alla fine è la vera grande sfida dei progettisti contemporanei.”