Design, l’evoluzione di un’idea: Matrix4Design incontra Franco Caimi e Alberto Meda Design, l’evoluzione di un’idea: Matrix4Design incontra Franco Caimi e Alberto Meda
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Design, l’evoluzione di un’idea: Matrix4Design incontra Franco Caimi e Alberto Meda

Scritto da Giulia Guerra |

01 Aprile 2019

Forma e funzione: dove comincia l’una? Dove finisce l’altra? Come si sviluppano le due componenti nella complessità di un oggetto? Sono domande che scavano alle radici del processo creativo e che sono state al centro di Creazione. Nuove funzioni da nuove idee, l’ultimo appuntamento del ciclo di conversazioni Maledetto Design, curato da Alessandra Coppa presso il Centro Culturale di Milano. Una conversazione che ha coinvolto due protagonisti dell’impresa e del design italiano come Franco Caimi e Alberto Meda in un confronto sul percorso evolutivo che porta alla realizzazione di un progetto, sempre in bilico tra valore estetico e qualità performativa. Li abbiamo intervistati.

Nel processo di creazione di un oggetto viene prima la forma o la funzione? Qual è il punto di partenza? E il punto di arrivo?

ALBERTO MEDA: Per quanto mi riguarda non viene prima la forma, nel senso che a fronte di una determinata esigenza il compito del designer è quello di avere un’idea risolutiva rispetto al problema. Per mettere in forma questa idea deve poi appoggiarsi ad un materiale o ad una tecnologia che si ritiene utile a quello scopo: a questo proposito, esiste la necessità di fare i conti con la fisicità della materia e, lavorando nel rispetto dei vincoli che essa ti impone, a mio parere la forma si rivela da sola, in maniera direi quasi inaspettata. Solo a quel punto io mi domando se la forma mi piace o meno, ma è una reazione rispetto a qualcosa che non ho previsto in precedenza.

FRANCO CAIMI: Concordo pienamente, la creazione di un oggetto è sempre un processo evolutivo. Affermare che la forma venga prima della funzione o viceversa è estremamente difficile, anche perché non si può generalizzare. Un progetto nasce nel tempo.

AM: Sì, e non bisogna dimenticare che, al di là dell’idea e della sua configurazione nel disegno, è poi necessario produrre un prototipo concreto che consenta di sperimentare se quell’idea è davvero possibile. Da questo punto di vista si tratta davvero di un’evoluzione, e può accadere che si debbano fare grandi sterzate, aggiustare il tiro anche in maniera radicale.

Siamo in un’epoca in cui spesso si creano nuovi oggetti per generare nuovi bisogni. Il designer ha una responsabilità in questo senso? E l’imprenditore?

AM: Innanzitutto, un progettista è anche cliente di se stesso. Nel momento in cui gli viene un’idea il primo a cercare di testarne il senso e l’utilità deve essere proprio lui. Questo significa che ci possono essere dei progettisti che pensano malamente e perciò producono una quantità di “spazzatura” che non avrebbe motivo di esistere. È chiaro poi che la creazione intesa come capacità di fare una sintesi mai fatta prima secondo me è un valore, non un disvalore, purché naturalmente abbia un senso.

FC: Anche in questo caso sono d’accordo, ormai siamo entrati in un’epoca nella quale bisogna produrre ciò di cui c’è effettivamente bisogno, perché alla fine produrre un oggetto che non serve non ha senso per nessuno, né per il designer né per l’impresa. Bisogna chiedersi che cosa serve e se effettivamente serve qualcosa di nuovo, dal momento che a volte è molto difficile superare oggetti già esistenti: alcuni di essi sono già al massimo della performance nel loro settore. Serve un’analisi attenta, perché produrre per produrre è sbagliato. Solo se esiste un’esigenza nuova allora bisogna rispondere ad essa con una soluzione nuova.

In un progetto quanto è importante la componente emotiva? Quali caratteristiche deve avere un oggetto per emozionare?

AM: Devo essere onesto, a me questo discorso degli oggetti capaci di suscitare emozioni sembra per lo più una grande sciocchezza, o meglio una straordinaria trovata di marketing. Poi, nel momento in cui un oggetto risponde alla sua funzione e ha senso di esistere, se quello stesso oggetto possiede anche una qualità estetica per cui, guardandola, si prova un piacere derivante dalle sue caratteristiche di armonia e di equilibrio, questo è sicuramente un valore da non sottovalutare e che può generare, a volte, anche un’emozione. Resta il fatto che nella maggior parte dei casi la parola emotività applicata al design è più che altro una formuletta.

FC: Secondo me, l’emozione è una questione che dipende molto dalla tipologia di oggetto. Anche qua, il problema è la generalizzazione: il design è un ambito vastissimo, non si possono inquadrare tutte le tipologie di design a partire da un unico parametro e da uno schema ben preciso. E’ proprio contro la natura stessa del design, che spazia dalla sedia, allo stivale, alla carrozzina, fino all’automobile e all’aereo. Dal punto di vista dell’esperienza dell’utente, per assurdo, l’aspetto emotivo è molto più importante nel design di una carrozzina o di uno strumento medicale piuttosto che nel design di una sedia. A volte si parla di emozione e di “umanità” per un divano e non se ne parla per un’apparecchiatura medica: a pensarci, è un rovesciamento paradossale.

Un oggetto innovativo che ancora manca ma che sognate di creare?

AM: Per me è impossibile fare un ragionamento del genere. Io penso che le cose si creano soltanto incappando nelle necessità che si manifestano durante la vita quotidiana. Di conseguenza, già avere delle idee per risolvere un problema concreto è una questione non da poco, avere un’idea in astratto è proprio fuori dalla mia concezione delle cose.

FC: Anche per me questa è una domanda difficilissima. Individuare una nuova esigenza non è una cosa facile di per sé, sviluppare una risposta a quella esigenza è altrettanto difficile. Di sogni certo ce ne sono tantissimi, ma capire che forma dare ai sogni è un fatto ben più complicato. Detto questo, un’azienda deve sempre guardare avanti e cercare di alzare l’asticella, in particolare se parliamo di un’azienda italiana. Infatti, è nella nostra natura accettare le sfide: noi italiani non ci limitiamo a migliorare l’esistente ma azzardiamo sempre qualcosa di nuovo, spostiamo l’obiettivo. Sarà perché ci annoiamo in fretta? Non lo so, ma questa è la nostra forza, ciò che ci distingue dagli altri.

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