Mark Rothko in fondo all’anima

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I’m interested only in expressing basic human emotions.”  Mark Rothko

Comunemente inquadrato tra gli artisti che appartennero alla scena dell’Espressionismo Astratto, il movimento artistico radicale sviluppatosi negli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale, Mark Rothko è forse tra coloro la cui opera è stata più spesso fraintesa, semplificata o semplicemente interpretata in modi inevitabilmente inadeguati agli occhi di un autore, lui stesso, che ha sempre negato la possibilità di un’interpretazione.

Mark Rothko, Self Portrait, 1936.

Se le persone vogliono fare esperienza del sacro, qui la troveranno. Se vogliono l’esperienza del profano, troveranno anche quella” chiariva Rothko parlando dei suoi inafferrabili blocchi di colore. Ma lungi da lui identificarsi come un artista ermetico, non accessibile: tutta la sua carriera può essere letta come una continua ricerca di dialogo con l’osservatore, un tentativo di stabilire un contatto viscerale, quasi mistico con il sentire profondo degli esseri umani. In questo processo, il colore è solo uno strumento: “Il colore non mi interessa. È la luce che inseguo.

E la luce, calibrata così attentamente da dare l’illusione di sprigionarsi dalle tele stesse, svolge in effetti un ruolo da assoluta protagonista nel percorso tracciato dalla straordinaria retrospettiva, curata da Suzanne Pagé e Christopher Rothko, che la Francia dedica all’artista americano di origini russe ed ebraiche morto suicida nel 1970 eppure assurto all’immortalità grazie alla capacità delle sue opere di influenzare la storia della cultura, dall’architettura al design, dalla moda alla musica (un successo sancito anche dalle quotazioni stellari raggiunte sul mercato dell’arte in anni recenti).

Left to right : Mark Rothko No. 13 (White, Red on Yellow), 1958 – No. 9 No. 5 No. 18, 1952 – Green on Blue (Earth-Green and White), 1956 – Untitled, 1955.

La mostra, in corso fino al 2 aprile 2024 alla Fondation Louis Vuitton di Parigi – progettata da Frank Gehry come un’astronave atterrata nella città delle luci che sembra concepita appositamente per accogliere nelle sue gallerie le meditazioni ultraterrene di Rothko – stupisce per la completezza dell’esposizione: 115 opere provenienti dalle più importanti collezioni istituzionali e private internazionali, tra cui la National Gallery of Art di Washington D.C., la famiglia dell’artista e la Tate di Londra, sfilano davanti agli occhi del visitatore in ordine cronologico, a partire dai primi rari dipinti figurativi (memorabili gli scorci di vita quotidiana nei tunnel della metropolitana di New York) fino agli ultimi “Neri e Grigi” allestiti in un suggestivo ensemble con le sculture di Alberto Giacometti.

Nel mezzo, i più noti Multiforms – un affastellarsi di masse cromatiche che sfumano l’una nell’altra – anticipano gradualmente le opere del periodo “classico” dell’artista, quelle famosissime tele ampie e magnetiche che dominano sale espositive nelle quali la sfuggente geometria delle forme rettangolari pare un disperato tentativo di controllare la profondità ipnotica dei rossi e degli ocra, dei blu e dei viola, dei gialli e dei verdi che hanno segnato l’arte del Novecento.

Mark Rothko, Light Cloud, Dark Cloud, 1957.

Tra i contributi eccezionali presenti in mostra spicca l’intera serie di dipinti murali realizzati per il ristorante Four Seasons progettato da Philip Johnson per il Seagram Building di New York, la cui costruzione venne supervisionata da Ludwig Mies van der Rohe. Dopo aver cambiato idea sulla loro destinazione – pare che a Rothko non piacesse lo stile opulento del lussuoso ristorante – nel 1969 l’artista decise di donare nove di questi dipinti alla Tate di Londra, che da allora ospita una sala dedicata. Non manca infine il riferimento alla celebre Rothko Chapel, la cappella fondata da John e Dominique de Menil a Houston, che l’artista decorò con 14 opere declinate nelle sfumature del nero.

Left to right : Mark Rothko Red on Maroon, 1959 – Red on Maroon, 1959 – Red on Maroon, 1959 – Black on Maroon, 1959.

In tutti questi luoghi, così come negli ambienti della Fondation, a emergere con chiarezza è la possibilità/impossibilità di circoscrivere nello spazio opere i cui confini tendono all’infinita espansione, se non fuori di noi, certamente dentro di noi. Opere che non rappresentano nulla eppure contengono ogni cosa. Trascendono ogni cosa. Se ne accorse Peggy Guggenheim, la mecenate che diede a Rothko l’opportunità di allestire la sua prima personale, nel 1945. Ce ne accorgiamo noi oggi, a Parigi o altrove, ogni volta che con lo sguardo cerchiamo di oltrepassare la barriera luminosa delle sue pennellate e ci ritroviamo a precipitare nel vortice indicibile delle emozioni umane.

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